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L'inchiesta di La Repubblica.it sulla Valle del Sacco

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Se la natura presenta il conto - L'emergenza infinita del Sacco



Per un secolo ricettacolo di veleni di ogni tipo, il fiume laziale è oggi al centro di un inquinamento devastante che colpisce piante, uomini e animali. "Ora scommettere sulla green economy"
dal nostro inviato ANTONIO CIANCIULLO


COLLEFERRO (ROMA) - Area materiale bellico, zona esplosivi, carrozze ferroviarie. La mappa nell'ufficio per l'emergenza Valle del Sacco ci porta indietro nel tempo. Fino all'inizio del secolo scorso quando, in questa pianura fertile e ricca tra la provincia di Roma e quella di Frosinone, si cominciò a costruire un distretto industriale basato sull'industria bellica e sulla produzione di materiali ferroviari. Poi, nell'euforia degli anni ruggenti, si sono aggiunti il cemento, i pesticidi, la chimica pesante. Lo spazio c'era, le leggi ambientali mancavano o venivano aggirate e così per liberarsi delle scorie tossiche si lasciava fare alla natura: una bella buca per seppellire il problema e non ci si pensava più. Ora la natura ha presentato il conto, come ci hanno chiesto di andare a verificare i lettori di Repubblica.it con il terzo sondaggio "scegli la tua inchiesta" 1. Tremila ettari sono sorvegliati speciali: per decenni dovranno fare i conti con i metalli pesanti e con gli altri veleni lasciati ai posteri da chi ha fatto cassa ed è sparito.
Gli agricoltori invece sono rimasti e sono furibondi perché a 100 metri a destra e a sinistra del Sacco e in tutte le aree di esondazione non si può coltivare. Il fiume, nel tratto di 80 chilometri che va da Colleferro a Falvaterra, è un malato cronico tenuto sotto osservazione. La cura somministrata negli ultimi sei anni ha permesso di migliorare la situazione delle acque superficiali, ma sotto, nei sedimenti, si sono accumulati veleni che daranno problemi per decenni.

"Questa zona è una polveriera, basta scavare per scoprire nuovi problemi", accusa Francesco Bearzi, della Rete per la tutela della Valle del Sacco. "Il rischio è di trovare altri rifiuti interrati in bidoni che con il passare degli anni si arrugginiscono e lasciano filtrare il loro carico tossico. Un disastro che ha responsabilità anche recenti: nel 1993 una sentenza del tribunale di Velletri ha condannato i responsabili di una discarica abusiva di rifiuti tossici a due passi dal fiume, ma nessuno è intervenuto per 12 anni".
Solo nel 2005 continuare a far finta di nulla è diventato impossibile. I controlli di routine sul latte hanno trovato il beta-esaclorocicloesano, una molecola derivata dai pesticidi che aveva fatto un lungo viaggio: dai depositi selvaggi al fiume, dal fiume ai campi, dai campi al foraggio e dal foraggio al latte. A quel punto è scattato l'allarme rosso: il latte contaminato è stato bloccato, le mucche abbattute, i campi dichiarati off limits. Ed è cominciato il percorso di lenta riabilitazione che ha già portato i primi risultati.

"Abbiamo creato un sistema di 120 pozzi di monitoraggio e di 25 pozzi di intercettazione della falda acquifera inquinata", spiega Salvatore Spina, coordinatore degli interventi ambientali per l'emergenza. "In questo modo abbiamo messo in sicurezza tutta l'area e abbiamo potuto verificare che, dei mille ettari indagati nella vecchia area industriale, solo il 10 per cento ha problemi di inquinamento".

Ma questo 10 per cento ha lavorato in profondità fino a modificare l'equilibrio dei luoghi e dei corpi di chi li abita. Nel sangue degli abitanti della zona risulta, in un numero significativo di casi (una persona su cinque a Ceccano), la presenza della sostanza sul banco degli accusati, il beta-esaclorocicloesano. "In quest'area si sommano i problemi creati da decenni di sviluppo industriale ad alto impatto ambientale, da singoli episodi come lo sversamento di cianuro che ha ucciso in un solo giorno più di 20 mucche e da alcuni picchi di diossina", ricorda Fabio De Angelis, assessore all'Ambiente della Provincia di Frosinone. "Per questo occorre uscire dall'emergenza con un piano organico che permetta di riutilizzare a fini energetici i terreni dove è proibito coltivare. Si può immaginare un rilancio con il fotovoltaico e con un progetto di fitodepurazione che stiamo mettendo a punto con l'università della Tuscia".

"Dichiarare la Valle del Sacco area ad elevata criticità ambientale per accedere ai finanziamenti europei e contestualmente avviare l'iter istitutivo di una grande area protetta: è questa l'unica strategia per rilanciare l'occupazione locale attraverso lo sviluppo della filiera agricola di qualità", concorda Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. "Il Consiglio regionale si è già espresso in questo senso, ora bisogna passare alle azioni concrete. Nonostante l'inquinamento la zona ha grandi potenzialità: non possiamo lasciare che il degrado avanzi mangiandosi un futuro diverso, un futuro che è possibile programmare".

A pochi metri dall'ultima discarica, si apre uno scenario completamente diverso. Da una parte le cicatrici lasciate da un secolo di veleni, dall'altra il paesaggio che nell'Ottocento aveva attirato i viaggiatori del Grand Tour: i 470 ettari del parco naturale 'La Selva di Paliano', la strada del Cesanese del Piglio, un vitigno in fase di rilancio, piccoli paesi carichi di suggestione come Olevano Romano.  

 
"Nella Ruhr sono riusciti a venire a capo di un inquinamento devastante scommettendo sulla green economy: è un modello che può essere replicato anche nella valle del Sacco", propone Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio. "Purché si cambi rotta sul serio e non a parole. Progetti come l'aeroporto a Frosinone, che è stato bocciato perché avrebbe finito per moltiplicare i problemi ambientali di una valle che ha più polveri sottili di Roma, vanno in direzione opposta a quella di uno sviluppo a misura d'ambiente"

VIDEOTECA VALLE DEL SACCO

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