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Comunicato Stampa

Valle del Sacco, nuovi impianti rifiuti in vista.


Comunicato Stampa Retuvasa
Valle del Sacco, nuovi impianti rifiuti in vista


 
Siamo alle solite, nella Valle del Sacco si preferisce investire sui rifiuti e non su una riconversione che ne permetterebbe il rilancio nei termini di sostenibilità e sviluppo.

Mentre a Colleferro i cittadini del presidio permanente Rifiutiamoli continuano la loro battaglia di civiltà, ostacolando il passaggio dei camion con materiali destinati al revamping degli inceneritori locali, nel resto della valle si deve far fronte alla presentazione di progetti riguardanti la gestione dei rifiuti, in molti casi non rispondenti alle necessità territoriali.

Abbiamo già delineato nei tempi passati mappe di impianti autorizzati o in via di autorizzazione sottolineando la loro inutilità ai fini del fabbisogno, oggi ne intervengono altri su cui è necessario soffermarsi aggiornando il quadro della situazione.

A Piglio si trova un centro di trasferenza attivato in emergenza nel 1998 e gestito da T.A.C. Ecologica s.r.l. Di Falvaterra. Accoglieva, per non più di 24 ore circa 36.000 tonnellate di rifiuti e dall'avvento della raccolta differenziata ha ridotto notevolmente la sua attività. Periodicamente l'autorizzazione ad operare era rinnovata dalla Provincia finché, nel 2014, l' atto di richiesta dell'ennesimo rinnovo non è stato corredato dal progetto di una variazione sostanziale dell'impianto. In realtà non una semplice “variazione” ma qualcosa di totalmente diverso rispetto all' impianto originario.

Un vero centro di lavorazione dei rifiuti: si passa da 36.000 tonn/anno (negli anni passati quasi tutto rifiuto indifferenziato) a 50.500 tonn/anno più 8.000 tonn/anno (rifiuti derivanti da raccolta differenziata con aggiunta di pretrattamento), mentre la durata del deposito è prolungata a 72 ore. E tra i rifiuti trattati anche batterie, pneumatici e rifiuti ingombranti.

Nel gennaio 2018 la Provincia di Frosinone ha concesso l' autorizzazione alla società richiedente e, come spesso accade, una  situazione emergenziale ha dato origine ad un impianto permanente   attraverso rinnovi su rinnovi. La speranza, ora risiede nella richiesta di sospensiva presentata al Tar e in attesa di essere discussa.

A nulla e' valsa la presenza, a ridosso dell' impianto, di un fosso di acqua chiara denominato “Gricciano” e classificato come pubblico, come è stata ignorata anche l' appartenenza a “La strada del Cesanese”, percorso con vocazione turistica che si snoda tra sei Comuni (Acuto, Affile, Anagni, Paliano, Serrone e, naturalmente Piglio).

E a nulla, soprattutto, e' valsa la valutazione del contesto, quello dei vigneti del Cesanese, unico Docg della regione Lazio, che allora come oggi non fu tenuto in alcun conto.

Associare una delle eccellenze della valle del Sacco alla gestione di rifiuti non ci sembra la migliore campagna promozionale e mette a rischio il riconoscimento della denominazione di origine controllata. Ricordiamo che in campagna elettorale il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti e il suo fido ex assessore Mauro Buschini che  presenziando alla celebre sagra locale, decantavano i prodotti locali e virtù del paesaggio. Anche all' ultimo Vinitaly non sono mancate loro foto con i calici del pregiato rosso stretti nella mano.

In questo caso il detto “in vino veritas” non può essere citato.

Un altro caso allo stesso modo allarmante è quello dell’impianto di Ceprano nell’area ex laminatoio proposto dalla Cooperativa Sociale “In Dialogo” di Trivigliano, appoggiata nella redazione tecnica ad un’altra Cooperativa Sociale “Agapè” di Alatri.

Osserviamo che questo impianto ricadrebbe in piena area Sito di Interesse Nazionale (SIN) sotto competenza del Ministero per l’ambiente (MATTM) al cui parere dovrebbe essere sottoposta ogni decisione in merito ad un impianto che aggiunge inquinamento al disastro ambientale esistente.

La vicenda di questo impianto solleva diverse perplessità se non un vero e proprio allarme. Il primo dato riguarda le cooperative sociali, benché costituiscano un  vero e proprio fiore all’occhiello del terzo settore locale, l’investimento più 500.000 euro per l’acquisto del terreno nei presi dell’ex laminatoio appare quanto meno sorprendente. Non solo, pare che anche l’area circostante sia stata acquistata, da un noto imprenditore locale operante sempre nel settore dei rifiuti delle cui intenzioni naturalmente nulla si sa.

Infine molti dubbi suscita la tipologia di impianto, che sebbene non sia di grandi dimensioni (tratta circa 40.000 tonn/anno di rifiuti diversi), ha una peculiarità: può gestire diverse tipologie di rifiuti eterogenee tra di loro quali il RAEE (rifiuti elettronici), gli olii, i rifiuti sanitari, l’indifferenziato. Sembrerebbe quasi una sorta di piattaforma multifunzione, apripista per operazioni di ampliamento future, in attesa di nuove emergenze derivanti dalla mancata programmazione degli interventi sul ciclo di rifiuti.

In effetti il problema di fondo è proprio questo e riguarda l’intero territorio regionale.

Se esistesse un piano rifiuti aggiornato, siamo fermi a quello della Polverini del 2012, tutti questi progetti non avrebbero motivo di esistere, non solo Piglio e Ceprano, ma anche altri già esistenti come quelli di Anagni e Patrica. Un piano rifiuti determina un fabbisogno, cioè in ogni territorio o ambito necessita di impiantistica sufficiente allo smaltimento derivante dalla produzione di rifiuti del territorio medesimo. Soprattutto non è stata definita una strategia basata su tecnologie per trattare il rifiuto differenziato, diverse dalle discariche e dagli inceneritori, basata invece sul recupero di materie, tanto meno un investimento straordinario nella crescita della raccolta differenziata.

Questo piano durante il periodo della giunta Zingaretti non è stato rivisto e di conseguenza i pescecani dei rifiuti continuano ad imperversare, a Piglio portando un grave danno ad una produzione pregiata, a Ceprano aggravandone la situazione di disastro ambientale.

Nel frattempo oggi come ieri prosegue l’opposizione di cittadini – da segnalare la nascita di nuove strutture organizzate, a Piglio il neonato Comitato “Terra Madre” e a Ceprano in divenire il Comitato locale -,  che con manifestazioni, volantinaggi, incontri pubblici, ricorsi in sede giuridico-amministrativa, intervengono su ogni nuova minacce  all’ambiente d salute con la richiesta, spesso inascoltata,  di piena trasparenza su ogni investimento.

La partecipazione dei cittadini non è una palla al piede alla crescita del benessere ed allo sviluppo,  ma al contrario stimolo all’elaborazione di strategie innovative ed alla mobilitazione delle risorse del territorio.
 
Valle del Sacco, 29 aprile 2018
 

Contratto di Fiume Sacco, le associazioni promotrici chiedono un cambio di passo.


Contratto di fiume Sacco: le associazioni promotrici chiedono un cambio di passo

 
 

Il Contratto di Fiume per il Sacco è uno strumento volontario di programmazione strategica e negoziata per la tutela, la corretta gestione della risorsa idrica e la valorizzazione del territorio del Bacino fluviale del Sacco, in larga parte coincidente con il perimetro del SIN.
Dalla proposta iniziale di Legambiente, presentata durante il convegno di Anagni del 10 aprile 2015, si è giunti, dopo molti successivi incontri, alla sottoscrizione del Manifesto di Intenti, firmato il 5 maggio 2017, da parte delle scriventi associazioni promotrici –Legambiente Lazio, ReTuVaSa e Pulliano-, da 18 sindaci (Anagni, Paliano, Ceprano, Acuto, Patrica, Serrone, Sgurgola, Falvaterra, Arce, Piglio, Colleferro, Carpineto Romano, Valmontone, Gavignano, Morolo, Fumone, Segni e Ferentino), oltre che dalla Coldiretti, alla presenza di rappresentanti tecnici e politici della Regione Lazio.
Ai firmatari iniziali si sono poi aggiunte altre amministrazioni comunali, il CNR, l’Università del Lazio Meridionale e l’Associazione Pescatori Laziali.
 
Siamo solo all’inizio del percorso di impostazione del Contratto di Fiume che si articola in diverse fasi, descritte sinteticamente di seguito:

1. Condivisione di un Documento d’Intenti contenente le motivazioni e gli obiettivi generali, (…) La sottoscrizione di tale documento da parte dei soggetti interessati dà avvio all’attivazione del CdF;
2. Messa a punto di una appropriata Analisi Conoscitiva preliminare integrata sugli aspetti ambientali, sociali ed economici del territorio oggetto del CdF, (…) Tra le finalità dell’analisi vi è la definizione e/o valorizzazione di obiettivi operativi, coerenti con gli obiettivi della pianificazione esistente, sui quali i sottoscrittori devono impegnarsi;
3. Elaborazione di un Documento strategico che definisce lo scenario, riferito ad un orizzonte temporale di medio-lungo termine, che integri gli obiettivi della pianificazione di distretto e più in generale di area vasta, con le politiche di sviluppo locale del territorio;
4. Definizione di un Programma d’Azione (PA) con un orizzonte temporale ben definito e limitato , indicativamente di tre anni (…)
5. Messa in atto di processi partecipativi aperti e inclusivi che consentano la condivisione d’intenti, impegni e responsabilità tra i soggetti aderenti al CdF ;
6. Sottoscrizione di un Atto di impegno formale, il Contratto di Fiume, che contrattualizzi le decisioni condivise nel processo partecipativo e definisca gli impegni specifici dei contraenti;
7. Attivazione di un Sistema di controllo e monitoraggio periodico del contratto per la verifica dello stato di attuazione delle varie fasi e azioni, della qualità della partecipazione e dei processi deliberativi conseguenti.
8. Informazione al pubblico. I dati e le informazioni sui Contratti di Fiume devono essere resi accessibili al pubblico (…)  attraverso una pluralità di strumenti divulgativi, utilizzando al meglio il canale Web.
(Tratto da "Definizioni e Requisiti Qualitativi di base dei Contratti di Fiume" Tavolo Nazionale Contratti di Fiume, Gruppo di Lavoro 1: Riconoscimento dei CdF a scala nazionale e regionale e definizione di criteri di qualità DOC1 - 12 marzo 2015)
 
Lo scorso 30 marzo a Ceprano si è tenuta la prima riunione della assemblea del contratto di fiume che avrebbe dovuto rappresentare un primo passaggio operativo, con l’indicazione da parte di ciascun Ente firmatario dei soggetti responsabili per l’attuazione e con la conseguente definizione degli organi propri dell’Assemblea del Contratto di Fiume: la Cabina di Regia e il Comitato Tecnico-Scientifico.
 
Purtroppo, a fronte di una massiccia presenza delle associazioni e della Regione, si deve registrare la poca partecipazione delle amministrazioni Comunali. Solo 4 comuni su 20 hanno ritenuto di inviare un proprio rappresentante, rendendo pressoché inefficace l’assemblea.
Continueremo ad esercitare una pressione sulle amministrazioni perché siamo convinti che il Contratto di Fiume per il Sacco offra uno strumento innovativo ed efficace, per reagire ai mali del nostro territorio sempre più vulnerabile e bisognoso di bonifica oltre che di manutenzione. Vogliamo contribuire a superare la logica dell’emergenza mettendo in campo una politica integrata e partecipata che coinvolga tutti i soggetti interessati, per una prevenzione attiva che potrebbe avere conseguenze positive anche sul piano economico.
 
La politica deve fare la sua parte. Alla Valle del Sacco non servono buone intenzioni o foto ricordo, ma fatti concreti per restituire la dignità e la speranza che spettano ai suoi cittadini.
 
Valle del Sacco, 16 aprile 2018
Legambiente Lazio
Rete per la Tutela della Valle del Sacco – ReTuVaSa
Associazione Pulliano
 

Valle del Sacco, la Corte Costituzionale si pronuncia per la ripresa del processo.


Comunicato Stampa Congiunto
Raggio Verde, Retuvasa, UGI
 
Il processo sul disastro ambientale nella Valle del Sacco può ripartire: la Corte Costituzionale ha dichiarato infondata la questione di illegittimità costituzionale.

 

Il processo sul disastro ambientale della Valle del Sacco va avanti da anni al fine di accertare la verità giudiziaria su fatti assai gravi (l'avvelenamento delle acque del fiume Sacco a causa dello sversamento abusivo del pesticida lindano e del sottoprodotto  Betaesaclorociclosesano), fatti che hanno lasciato un profondo segno sia da un punto di vista sanitario che morale nella popolazione, in larga parte contaminata da tale sostanza, presente nel sangue di molti cittadini della Valle del Sacco nel sangue, a causa della contaminazione della catena alimentare.

Dal 2005, con alterne vicende, l'area della Valle del fiume Sacco è un Sito di Interesse Nazionale (SIN) da bonificare, in quanto anni di “sviluppo” industriale hanno lasciato una pesante eredità di devastazione ambientale e sanitaria, i cui costi sono scaricati sui cittadini da un punto di vista ambientale e sanitario.

Il processo penale che dovrebbe dunque accertare i responsabili dell'inquinamento del fiume Sacco è pendente, tra alterne vicende, ormai da alcuni anni. Nell'iter giudiziario del processo è stata anche posta dal Giudice Mario Coderoni con ordinanza del 19.11.2015 la questione di legittimità costituzionale dell'art. 157 sesto comma c.p. su sollecitazione della difesa degli imputati.
 
Ebbene, sostanzialmente avallando la tesi sostenuta da alcune delle parti civili del processo con una memoria depositata nel processo che si può definire profetica, la Corte Costituzionale ha, con sentenza  n. 265/2017 depositata il 13.12.2017, dichiarato infondata la questione di illegittimità costituzionale dell'art. 157 sesto comma c.p. che si fondava sull'erronea valutazione dei giudici di merito per cui reati di diversa gravità sotto il profilo dell'elemento soggettivo dovrebbero avere termini prescrizionali diversi.
Sotto questo profilo, la Corte Costituzionale ha fatto presente che numerosissimi delitti dolosi e colposi sono soggetti al medesimo termine prescrizionale e sotto questo profilo la scelta del legislatore  non è incostituzionale in quanto “a differenziare la fattispecie dolosa da quella colposa, assicurando la proporzionalità del trattamento sanzionatorio al disvalore del fatto, provvede la pena”.
 
Secondo la Corte Costituzionale, “al legislatore non è, in effetti, precluso di ritenere, nella sua discrezionalità, che in rapporto a determinati delitti colposi la ‘resistenza all'oblio’ nella coscienza sociale e la complessità dell'accertamento dei fatti siano omologabili a quelle della corrispondente ipotesi dolosa, giustificando, con ciò, la sottoposizione di entrambi ad un identico termine prescrizionale. E tale apprezzamento può legittimamente esprimersi anche attraverso l'introduzione di deroghe alla disciplina generale”.
 
Il processo della Valle del Sacco, proprio per i suoi riflessi sociologici e sanitari, è proprio un caso di “resistenza all'oblio” nella coscienza sociale.
A questo punto le parti civili si augurano di avere una anche minima consolazione in un vero e proprio fiume di veleno ed ingiustizia. 
 
 
Valle del Sacco, 22.12.2017
 
 
f.to come parti civili nel processo:
Ass. Raggio Verde
Ass. Rete per la tutela della Valle del Sacco (retuvasa)
Ass. Unione Giovani Indipendenti (UGI) 
 

Processo Valle del Sacco, prima udienza in Corte Costituzionale.


Comunicato Stampa Retuvasa

Processo Valle del Sacco, prima udienza in Corte Costituzionale.
 

Sono passati esattamente due anni, dal 19 novembre 2015, quando il Tribunale di Velletri nella persona del Giudice Dott. Mario Coderoni, per il Processo Valle del Sacco inquadrato come disastro colposo, aveva accolto l’istanza della difesa sulla legittimità costituzionale dell’art. 157 comma 6 codice penale (ex. Legge Cirielli) e rimandato la decisione in Corte Costituzionale che apre il procedimento in udienza pubblica oggi 21 novembre 2017.
 
Materia abbastanza complessa sulla quale riprendiamo la nostra interpretazione di allora.
 
Prima della Legge ex Cirielli il disastro doloso prevedeva tempi di prescrizione di 12 anni elevabile a 15 anni per la presenza di atti interruttivi; quello colposo era di 6 anni elevabile a 7 anni e 6 mesi.
Con l’introduzione del comma 6 la prescrizione diventa di un massimo di 15 anni per entrambi i reati.
 
Con la Legge ex Cirielli i termini di prescrizione sono stati resi univoci per entrambi i tipi di reato e ciò può andare a travalicare il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione e questa è stata l’eccezione della difesa.
 
Di fatto le vicende oggetto del presente processo si pongono a cavallo tra le due discipline della prescrizione succedutosi nel tempo, tra il 2005 e il 2008, prima e dopo la Legge ex Cirielli.
Per quanto riguarda la condotta degli imputati se la Corte Costituzionale dovesse dichiarare illegittimo il comma 6 dell’articolo 157, i termini di prescrizione tornerebbero a 7 anni e 6 mesi, di conseguenza i reati sarebbero prescritti, anche quelli con condotta colposa del 2008.
 
Qualora la Corte Costituzionale decidesse di accogliere l’istanza della difesa il processo decadrebbe per decorrenza dei termini di prescrizione, in caso diverso potrebbe essere ripreso seppur con altri rischi come ad esempio un cambio di Giudice che porterebbe automaticamente l'intera istruttoria dibattimentale ad essere rinnovata e in quel caso i termini di prescrizione non sarebbero sospesi, come invece è accaduto nel 2015 con il rimando alla Corte Costituzionale.
 
Auspicandoci che il processo possa riprendere ed essere portato a termine al primo grado di giudizio, ci sarà da valutare se non sia davvero il caso di trasferire le azioni delle parti civili nella sede a loro deputata, vale a dire il Tribunale civile, anche nei confronti di soggetti che non sono stati minimamente sfiorati dalle indagini, ma che hanno certamente una grande responsabilità per quanto i cittadini della Valle del Sacco hanno dovuto subire.
 
  
Valle del Sacco, 21 novembre 2017
 

Anagni, ricorso al TAR contro il rinnovo autorizzazione inceneritore Marangoni.


COMUNICATO  STAMPA  DEI  COMITATI E DELLE  ASSOCIAZIONI
DEL COORDINAMENTO   AMBIENTE  DI ANAGNI

Anagni, ricorso al TAR delle Associazioni e Comitati sul rinnovo autorizzazione inceneritore pneumatici Marangoni.

 

I Comitati e Le associazioni del Coordinamento  Ambiente di Anagni e del territorio ritengono doveroso e necessario informare i cittadini di essere impegnati  nel ricorso al TAR del Lazio  contro l’ autorizzazione alla  riattivazione del termocombustore della   Marangoni,  con la Determinazione Regionale del 27.07.2017.

La decisione regionale, grave in sé, lo è ancor più perché riguarda un territorio con un tasso di inquinamento così  elevato  da essere incluso tra i principali siti nazionali  ( SIN ) da sottoporre  a  bonifica, inoltre, tale decisione non ha tenuto in alcun conto l’ opposizione  dichiarata dal Comune di Anagni alla  richiesta  della  Marangoni, in sede di Conferenza dei Servizi, nella quale sono state completamente ignorate le ampie e articolate osservazioni prodotte dai Comitati e dalle  Associazioni.

Pertanto i Comitati e le  Associazioni :  Anagni Viva – Retuvasa  -  DAS –  Comitato Osteria della  Fontana – Comitato San Bartolomeo – Comitato 14 luglio  –  Comitato  Residenti   Colleferro, assistiti   legalmente dall’ avv. Vittorina Teofilatto, del Foro di Roma, hanno predisposto  specifiche e  documentate osservazioni  di carattere  scientifico e tecnico e altrettante  argomentazioni  di carattere giuridico che  espongono le ragioni di opposizione alla  delibera  regionale, considerando anche le conseguenze che il riavvio  dell’ impianto avrebbe sulle  condizioni ambientali e  sanitarie del territorio e della  popolazione residente, già gravemente compromesse.

Anche il Comune di Anagni  intende presentare il  ricorso al TAR e lo faranno  altre Associazioni del territorio, Legambiente Lazio e il Circolo di Anagni  che si presenterà “ad adiuvandum”  il ricorso dell’ Amministrazione.
 
Anagni, 28 ottobre 2017

LE  ASSOCIAZIONI e I COMITATI
Anagni Viva
Retuvasa
Das
Comitato Osteria della  Fontana
Comitato San Bartolomeo
Comitato 14 luglio

VIDEOTECA VALLE DEL SACCO

Community

                                                 
                                   

         

 

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