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Salute

Mantova 19 e 20 settembre 2014, l'impatto sanitario delle attività a rischio e dei siti inquinati


INQUINAMENTO e SALUTE
L’impatto sanitario delle attività a rischio e dei siti inquinati
Mantova 19-20 settembre 2014
 
 

Si svolgerà a Mantova il prossimo 19 e 20 settembre la prima convention che intende fare il punto sugli studi relativi ai rischi per la salute dei cittadini che vivono vicino a zone fortemente inquinate e decidere gli strumenti per il futuro. La novità dell’incontro è rappresentata dal tavolo in cui si siederanno per la prima volta insieme studiosi, la politica, i rappresentati locali e i comitati dei cittadini che vivono nelle aree da bonificare. Raramente infatti i diversi portatori di interesse si sono ritrovati insieme per parlare dei rischi sanitari del gigantesco problema italiano delle bonifiche. In Italia sono centomila gli ettari di territorio avvelenato da rifiuti industriali di ogni tipo. 57 aree in cui vivono oltre 4,5 milioni di persone: sono queste le zone sparse per il nostro Paese in cui il passato industriale italiano ha lasciato in eredità terreni, falde e fiumi inquinati da sostanze altamente nocive per la salute dei cittadini. Queste aree vengono chiamate SIN, ovvero Siti di Interesse Nazionale, e per ognuno di questi sarebbe urgente procedere alla bonifica e alla messa in sicurezza del territorio. Nel 2013, grazie a un decreto ministeriale (e non a bonifiche effettuate), il numero dei SIN è sceso a 39, “declassando” ben 18 aree a siti di interesse regionale.

Contro il declassamento hanno fatto ricorso il comune di Ceccano e la Regione Lazio per il sito “Valle del fiume Sacco”, con intervento "ad adiuvandum" dell'associazione "Rete per la Tutela della Valle del Sacco ONLUS". Il Tar Lazio ha accolto le richieste e ha riportato il sito tra quelli di interesse nazionale. Legambiente ha presentato analogo ricorso per 4 siti da bonificare: il Litorale Domizio-Flegreo e Agro Aversano (terra dei fuochi), Pitelli a La Spezia, bacino del fiume Sacco e discariche in Provincia di Frosinone. Il problema è comunque noto a tutti, compresa la politica, ma le bonifiche non partono e i cittadini continuano a vivere vicino a potenziali bombe sanitarie. Il problema principale sono i soldi, perché risanare i terreni costa caro e non è sempre facile far pagare ai responsabili i costi della bonifica. Secondo alcune stime recenti il giro d’affari complessivo del risanamento ambientale in Italia si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Ma siamo in ritardo anche sulle caratterizzazioni delle aree e sugli studi relativi all’impatto che ciascuno di questi siti ha sulla salute dei cittadini. Secondo i dati dei comuni che fanno parte della Rete SIN, sugli attuali 39 siti di interesse nazionale l’80% delle aree inquinate sono state indagate, ma solo per il 30% si è provveduto alla messa in sicurezza e le bonifiche approvate dal ministero, ma non tutte realizzate, sono solo il 35%.

Per questi motivi Mantova ospiterà la convention nazionale della rete SIN, insieme a numerose altre sigle tra cui la rete dei comuni SIN, i medici di ISDE e il coordinamento nazionale dei comitati dei siti inquinati. Il messaggio principale che verrà lanciato dalla convention è la richiesta di adottare la Valutazione di Impatto Sanitario (VIS), come ci chiede l’Europa, e che si elaborino al più presto le linee guida per la valutazione dei danni sanitari sulla scorta del decreto ministeriale del 24 aprile 2014. Si chiederà inoltre che a questi lavori sia allargata la partecipazione a tutti gli interessati, compresi i cittadini, così come ci viene chiesto dall’Unione Europea.

La VIS è un mezzo per valutare l’impatto sulla salute dei vari settori d’intervento. Una combinazione di procedure, metodi e strumenti con i quali si possono prevedere i potenziali effetti di una politica, un programma, o un piano di interventi, sulla salute della popolazione. La VIS è già in vigore negli USA, India e Cina. In Europa in Bulgaria, Repubblica CECA, Lituania, Slovacchia. In Italia viene applicata solo su base volontaria da alcune Amministrazioni, come in Inghilterra, Danimarca, Finlandia, Irlanda e Svezia.

Secondo Edoardo Bai, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia e uno tra gli organizzatori della convention: “Il convegno vuol essere un’occasione di studio delle esperienze italiane di valutazione del danno alla salute causato dalle attività industriali e dalla presenza di siti inquinati. Perciò abbiamo invitato chi ha elaborato queste esperienze dal punto di vista scientifico, con lo scopo di metterle a confronto con i sindaci delle aree inquinate, con le associazioni ambientaliste e con i comitati locali che si battono contro l'inquinamento. Crediamo che un’esperienza di questo genere sia del tutto nuova, e che il dibattito contribuirà a elaborare suggerimenti ed idee da offrire alla Autority. Queste modalità di dibattere sugli effetti dell'inquinamento del resto sono fortemente raccomandate dalle direttive europee, ma purtroppo il nostro paese non dà molto peso alla partecipazione. Il nostro scopo è anche quello di creare un forte gruppo di pressione che inviti il governo a elaborare, con metodo partecipativo, le linee guida tecniche per la valutazione dei danni alla salute dei grandi impianti e dei SIN. Finora le opinioni sul tema sono le più disparate e con opposte conclusioni: è necessario che si intervenga con una norma che faccia chiarezza sul problema e indichi gli interventi necessari e obbligatori per eliminare o attenuare gli impatti”.

Secondo il Rapporto Sentieri, stilato dall’Associazione Italiana Registro Tumori, in 44 comuni che ospitano un SIN, è accertato un eccesso di mortalità per tumore con 4000 casi in più, e fra questi in 27 si ha un aumento della mortalità generale con 10.000 casi in più. Lo studio contenuto in “Sentieri” non dimostra un rapporto causa effetto con le zone inquinate, però il dato è suggestivo e sarà tema di discussione durante il convegno.

A Mantova saranno presenti, tra gli altri, anche l’Università La Sapienza, che illustrerà il Rapporto Sentieri, ed ENEA che ha verificato il trend storico delle cause di morte nel comune di Mantova.

Inoltre verranno illustrate numerose esperienze di valutazione dei danni. Come ad esempio quella realizzata nella Valle del Sacco dove sono stati misurati i livelli di un contaminante (il betaesacloro-cicloesano) del fiume nel sangue della popolazione residente nei dintorni del corso d’acqua. In particolare sono stati misurati valori di β-HCH più elevati in coloro che risiedono in prossimità (entro un km) del fiume Sacco, con valori più che doppi rispetto ai cittadini che vivono nelle aree più lontane. Un secondo esempio positivo è rappresentato dallo studio sulla centrale a carbone di Savona, fatto in occasione della perizia sulla Tirreno Power. Qui è stata eseguita una mappatura delle ricadute degli inquinanti e si è analizzata l’incidenza di alcune malattie nella zona mappata. Si è dimostrato un aumento statisticamente significativo dei ricoveri dei bambini per patologie respiratorie, in particolare asma e un aumento sempre significativo, di malattie cardiovascolari e polmonari, in particolare del cancro al polmone. Alla convention ci sarà spazio anche per presentare il cattivo esempio della Terra dei Fuochi dove lo screening sanitario è stato effettuato senza alcun coinvolgimento della popolazione, e anzi il sito, noto come uno dei più inquinati della nazione, è stato declassato a sito di interesse regionale.

Il convegno si svolgerà a Mantova il 19 e 20 settembre nell’aula magna della Conferenza vescovile, in via Cairoli 20.
 
Per informazioni:
www.legambiente.lombardia.it
www.retuvasa.org
 

Valle del Sacco, il Ministero dell'Ambiente boccia Arpa Lazio per la sub-perimetrazione del SIN


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

L’inquietante sub-perimetrazione del  SIN “Bacino del Fiume Sacco” da parte di Arpa Lazio, Regione Lazio e Ministero dell’Ambiente
 

Come si legge sulla stampa, il Ministero dell’Ambiente ha deliberato di sospendere l’erogazione dell’ultima tranche del finanziamento relativo alla sub-perimentrazione del Sito di Interesse Nazionale “Bacino del fiume Sacco” (pari a 300.000 euro, per un importo complessivo di un milione e mezzo di euro). Per tale sub-perimetrazione il Ministero aveva stipulato apposita Convenzione con Regione Lazio e Arpa Lazio il 31.10.2008. Il Ministero ha verificato una rispondenza dell’utilizzo dei fondi agli scopi dell’intervento al momento non giustificata per alcune voci, un’individuazione superficiale dei siti potenzialmente inquinati e di conseguenza un’insoddisfacente attività di caratterizzazione. In particolare, ci eravamo chiesti in passato come mai la sezione di Arpa Frosinone si fosse concentrata sulle discariche più che sui siti industriali dismessi, pertinenti a un SIN; i rilievi dell’ente governativo sembrano confermare quanto il nostro dubbio fosse legittimo. Il fatto, gravissimo, induce a due ordini di riflessione.

Il primo riguarda Arpa Frosinone. Tale intervento è stato eseguito prima dell’entrata in carica del nuovo direttore provinciale, che ci sembra stia validamente gestendo una sezione che potrebbe definirsi “bollente”, continuamente alla ribalta della cronaca, anche giudiziaria, per le sue inadempienze e irregolarità, il cui delicato rinnovamento interno stenta a decollare. C’è quindi da augurarsi che il fatto in questione costituisca un motivo di accelerazione del circolo virtuoso.

Il secondo ordine di riflessione riguarda lo stesso Ministero e tutto il sistema. È in causa non l’area di competenza dell’ex Ufficio Commissariale, ma l’intero enorme SIN “Bacino del fiume Sacco”, in passato, e ora nuovamente, di diretta competenza ministeriale. Ci chiediamo se il Ministero, che pare negli ultimi mesi stia meritoriamente vigilando sui costi e gli esiti dell’intervento (e la Regione Lazio, da cui Arpa dipende, lo ha fatto?), abbia attivato fin dall’inizio le dovute verifiche relativamente ai lavori affidati in convenzione ai tecnici dell’Arpa. Magari con maggiore lucidità rispetto alla redazione del Decreto 11 gennaio 2013 che aveva portato al declassamento del SIN “Bacino del fiume Sacco”, bollato un mese fa dal TAR come giuridicamente “erroneo in radice”; per il relativo ricorso promosso dalla Regione Lazio la nostra associazione è intervenuta ad adiuvandum.

Trascorsi quasi 6 anni dalla data della stipula della Convenzione per la sub-perimetrazione del SIN “Bacino del fiume Sacco”, i cittadini della Valle inquinata, a detta dello stesso Ministero dell’Ambiente, dispongono di un’individuazione dei siti potenzialmente inquinati di origine industriale insufficiente e inadeguata. La bonifica non sembra realizzarsi da una parte per inefficienza, dall’altra, forse, per il desiderio di lucrarvi da parte di qualcuno. Le cose cambieranno se tutti gli enti preposti, Ministero, Regione Lazio, Arpa Lazio, opereranno con lucidità e secondo coscienza.

Attendiamo prontezza da tutti i suddetti enti nel porre le condizioni di una nuova ed efficiente sub-perimetrazione. E che le responsabilità delle inadempienze pregresse siano individuate e sanzionate. Noi faremo la nostra parte per denunciarle.

 
Valle del Sacco, 19.08.14
 

Rifiuti non trattati in discarica a Colleferro, il TAR Lazio dice NO


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
Comitato Residenti Colleferro
Raggio Verde
 
 
Colleferro, il TAR del Lazio fa proprie le ragioni sostenute dalle associazioni ambientaliste: la discarica di Colle Fagiolara non può essere utilizzata in questo modo.

 
Il TAR del Lazio  il 30 luglio scorso si è pronunciato sulla richiesta, presentata dalla Rete per la Tutela della Valle del Sacco, dal Comitato Residenti Colleferro e da Raggio Verde, di sospendere l’ordinanza del Presidente della Regione 
Lazio, Nicola Zingaretti. L’atto in questione permette di continuare ad utilizzare la discarica di Colle Fagiolara mediante la semplice tritovagliatura dei rifiuti. Ricordiamo che la circolare del 6 agosto 2013 dell'allora ministro Orlando dichiarava invece fuori norma, quindi immediatamente non utilizzabili, le discariche di questo tipo.
 
La richiesta di sospensiva è stata respinta, ma le motivazioni espresse in proposito confermano proprio le accuse mosse dalle associazioni ambientaliste: non esiste alcun carattere di urgenza e necessità che giustifichi  questo dissennato e illegale uso della discarica.
 
L’ordinanza  pone l'accento proprio sul carattere troppo disinvolto, al limite dell'illecito, di molte decisioni prese dalle amministrazioni pubbliche nel settore del trattamento dei rifiuti.
 
Si legge: “Considerato che dalla relazione prodotta dalla Regione Lazio non emerge in maniera inconfutabile l’assoluta incapienza di impianti TMB nella regione, tale da costituire il presupposto di cui all’art. 191 c. 1 del D.Lgs 152/2006 ... “..e non si possa altrimenti provvedere”.
 
Vale a dire che nella nostra Regione ci sono impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) che non lavorano a pieno regime, capaci quindi di trattare anche i rifiuti destinati a Colle Fagiolara.
A questo proposito il TAR aveva richiesto una documentazione aggiuntiva sulla possibilità di utilizzare altri impianti di TMB presenti in Regione, in luogo della tritovagliatura autorizzata dalla Giunta Zingaretti per Colleferro.
Precisiamo che la nostra opposizione si è concentrata sul deposito in discarica del rifiuto secco in uscita dal tritovagliatore, circa il 60/65%, in quanto il rifiuto umido, a detta del gestore Lazio Ambiente SpA, viene già conferito ad impianti esterni.
La Regione Lazio ha risposto con una documentazione insufficiente, priva di fondatezza, contrastata ulteriormente dalle memorie prodotte dai nostri legali.
 
Si legge sempre nell’ordinanza:“che peraltro la mancata utilizzazione di alcuni impianti TMB deriva da ritardi di natura meramente amministrativa, che l’Amministrazione ha l’obbligo di superare tempestivamente; 
che tali circostanze renderebbero verosimilmente illegittima una eventuale proroga dell’ordinanza
contingibile ed urgente qui impugnata;”
 
Il Giudice bacchetta l’Amministrazione regionale, lenta e inadempiente nella risoluzione dei problemi legati al ciclo dei rifiuti.
Il dato di rilievo è che un’ulteriore proroga per l'utilizzo della discarica non è ammissibile perché in realtà non esiste nessuna emergenza rifiuti, paventata ad ogni pié sospinto da amministrazioni e gestori. Da metà settembre quindi non si potranno più conferire rifiuti non trattati presso la discarica di Colle Fagiolara.
 
Continua il giudice: “tuttavia il provvedimento impugnato ha quasi del tutto esaurito i suoi effetti, attenuando fortemente il presupposto del periculum.”
 
La richiesta di sospensiva viene rigettata solamente perché ormai i tempi dell'ordinanza stanno per scadere, quindi i pericoli vengono ritenuti minimi.
 
Questa ordinanza è il primo atto amministrativo importante che fa ben sperare nella chiusura della discarica di Colleferro quantomeno per il conferimento di rifiuti non trattati. Saremo sicuri della chiusura se il paventato impianto di TMB a Colle Fagiolara non verrà costruito, anche perché è stato dimostrato che realmente non è necessario per la quantità di rifiuti prodotti nella nostra Regione.
 
Nel contempo il governo sta emanando il D.L. 91, che tra le tante indecenze in materia ambientale, conferisce, all'art. 14 comma 1, poteri straordinari al Presidente della Regione Lazio per la risoluzione di emergenze connesse al ciclo dei rifiuti, una sorta di militarizzazione. Il documento preparatorio al D.L. citato, però chiarisce che non si potrà andare in deroga alle normative comunitarie in materia.
Di fatto l’ordinanza del Tar manterrebbe inalterato il quadro della situazione descritto precedentemente.
 
Gli scriventi, che da anni si battono per la riduzione dei rifiuti ed un ciclo degli stessi, virtuoso e rispettoso dell'ambiente e della salute, lanciano una proposta auspicandone un’ampia condivisione: la creazione di un polo  universitario a carattere regionale finalizzato alla ricerca e sviluppo di metodologie e tecniche primariamente per la riduzione dei rifiuti  e per  il riciclo e riuso di quelli che necessariamente si producono.
 
Un polo universitario capace di avviare competenze specifiche coinvolgendo le aziende nella riduzione dei rifiuti legati agli imballaggi, che attivino lo sviluppo di tecnologie mirate al trattamento dei materiali post-raccolta differenziata, che amplino le prospettive produttive per il riutilizzo e reinserimento sul mercato delle materie prime-seconde separate. La comunità scientifica deve mettersi in gioco per la reale diminuzione dell’indifferenziato residuale. Le aree dismesse del passato produttivo di Colleferro ne potrebbero essere la naturale collocazione, sottraendole così all’ennesima, presumibile, devastante speculazione immobiliare.
Tenendo presente che l’impianto di TMB previsto a Colleferro da una società a totale capitale regionale ha un costo di circa 26 milioni di euro, questa ingente somma sarebbe un reale investimento per il futuro del nostro territorio se venisse finalizzata al progetto tracciato per sommi capi.
 
Pensiamo a un futuro, come spesso si dice, “Rifiuti Zero”, privo di combustione di ogni tipo, senza discariche. Pensiamo alla possibilità di lavoro altamente qualificato, legato alla ricerca e all’innovazione, stabile per il nostro territorio.
 
 
Colleferro, 5 agosto 2014   
    
 

Scrivi anche tu ai Senatori: "Si alle bonifiche, No alla sanatoria per gli inquinatori".


Appello da:

Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
Coordinamento Nazionale Siti Contaminati
Stop Biocidio Lazio e Abruzzo


SCRIVI AI SENATORI
DECRETO 91/2014 = Inquinatore protetto


 
 
Il Governo Renzi sta varando il nuovo Decreto 91/2014, un regalo per chi ha provocato disastri ambientali.

Sostanzialmente si demanda tutto al privato in un vero e proprio "far west" dove a rimetterci sono le comunità che vivono nelle migliaia di siti inquinati nel nostro Paese.

Diviene, dunque, urgente far sentire la pressione ai Senatori affinchè si odoperino per far modificare radicalmente tali norme.


Per questo Ti invitiamo a far pervenire il testo sottostante e la cartolina allegata.

In fondo il materiale occorrente compreso l'indirizzario mail dei Senatori.


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Oggetto: Decreto 91/2014 = “Inquinatore protetto”


"Gentile Senatrice/ore,
Le scrivo in merito al Decreto 91/2014 ora in discussione in Parlamento.
Partito con il positivo intento di semplificare le farraginose procedure delineate dal Testo Unico dell'Ambiente (D.lgs.152/2006) si è trasformato in un vero e proprio invito a nascondere la polvere inquinata sotto il tappeto. 
Infatti, con tale decreto, dal punto di vista sanitario e giudiziario, si perderebbe la sicurezza sul reale stato di contaminazione a cui sono stati esposti magari per decenni i cittadini. La popolazione che vive in un'area inquinata (ma anche i ricercatori che devono valutare l'esposizione ad inquinanti e le eventuali conseguenze) dovranno basarsi sui dati dei privati per capire se sono stati esposti a pericoli per la salute!
Inoltre, una volta avvenuta la bonifica faranno fede solo i dati “autocertificati” dei privati. Ma viene spontaneo chiedersi: quale privato, quale multinazionale autocertificherà mai l'esistenza di uno stato di inquinamento per il quale potrebbe essere chiamata a rispondere per danni nelle aule dei tribunali?

 

Per queste ragioni Le chiedo di intervenire in sede di conversione in legge al fine di superare le criticità che evidenziamo:

- sulla trasparenza e informazione dei cittadini durante il procedimento;

- sulla definizione di criteri minimi rispetto ai dati di partenza necessari per redigere il progetto di bonifica e il piano di caratterizzazione;

- sull'incredibile innalzamento dei limiti di legge per la contaminazione nelle aree militari;

- sulla certificazione a campione di questi dati di contaminazione di partenza da parte delle agenzie regionali;

- sulla modifica del criterio del silenzio/assenso per l'approvazione dei piani di caratterizzazione.


Solo in questo contesto potrebbe giustificarsi un intervento per semplificare le procedure, intervento che così come configurato ad oggi nel Decreto 91/2014 si tradurrebbe in una potenziale sanatoria regalata agli inquinatori contraria al principio "Chi inquina paga".

La ringrazio in anticipo per la disponibilità.

 
Io sottoscritta/o."

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ALLEGATI

IL TESTO DA INVIARE AI SENATORI

LA CARTOLINA DA ALLEGARE

L'INDIRIZZARIO MAIL DEI SENATORI


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COMUNICAZIONI PRECEDENTI

Comunicato 1

Comunicato 2

Il Decreto 91/2014 si può definire "Inquinatore protetto".


 
Comunicato Stampa
 
Stop Biocidio Lazio e Abruzzo
Coordinamento Nazionale Siti Contaminati
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
 

 
Siti inquinati e bonifiche. "Chi ha avut' ha avut' chi ha dat' ha dat' scurdammc'o passat' con il Decreto “Inquinatore_protetto”.
                                                                                                 
Non basta il caso dei poligoni equiparati ad aree industriali, il Decreto 91/2014 nasconde una sorpresa ancora più amara per le aree inquinate, da Taranto a Crotone, dal Sulcis a Bussi, da Falconara a Mantova, da Trieste alla Valle del Sacco ed altri migliaia di siti.
Comitati e movimenti: altro che semplificazione, si tratta della completa privatizzazione delle bonifiche e della salute delle persone. Appello ai Parlamentari: superare le criticità in sede di conversione in legge.
 

Il recente Decreto 91/2014 pubblicato il 25 giugno sulla Gazzetta Ufficiale, sarà ricordato come una delle più lucide operazioni di rimozione “sulla carta” dei problemi di contaminazione dei siti inquinati. Più che un decreto “Ambiente protetto”, come è stato incautamente definito dal Ministro, una norma “Inquinatore-protetto”.
 
Partito, secondo le dichiarazioni del Ministro Galletti, con il positivo intento di semplificare le farraginose procedure delineate dal Testo Unico dell'Ambiente (D.lgs.152/2006) si è trasformato in un vero e proprio invito a nascondere la polvere inquinata sotto il tappeto. Dopo il caso dei poligoni militari trasformati in aree industriali per alzare i limiti di legge per la contaminazione dei suoli, il Decreto contiene una norma ancora più grave che riguarda tutti i siti inquinati italiani, anche quelli ancora da scoprire.
 
In un paese dove le notizie sulla corruzione nel mondo dei rifiuti e delle bonifiche sono all'ordine del giorno, si demanda tutto al privato in un vero e proprio far west dove a rimetterci sono solo le comunità che vivono nelle migliaia di luoghi inquinati del paese.
 
La norma prevede che il primo passo sia fatto dall'inquinatore (o dal proprietario dell'area inquinata), che presenta direttamente un progetto di bonifica autocertificando la veridicità dei dati della contaminazione, senza alcun controllo, anche a campione, da parte dell'ente pubblico.
 
In questa fase emerge un primo problema: come farà l'ente pubblico a verificare l'esatta estensione della contaminazione, visto che è lecito attendersi dai privati una sottovalutazione del reale stato di inquinamento? Ad esempio: si seguirà tutto il corso di un fiume per scoprire l'area esatta interessata dall'inquinamento partito da una fabbrica posta a monte?.
 
A quel punto la procedura prevede una rapida approvazione da parte dell'ente pubblico del progetto di bonifica (90 giorni; ricordiamo che il Ministero dell'Ambiente per i Siti nazionali di Bonifica convoca le conferenze dei servizi se va bene con una media di una l'anno per sito!).
 
Approvato il progetto, il privato realizza la bonifica. Solo a quel punto presenta un programma di analisi (il cosiddetto Piano di caratterizzazione) delle aree su cui si è intanto intervenuti. Il Piano deve essere esaminato, prima della sua realizzazione, dagli enti pubblici in 45 giorni e vale il silenzio-assenso!
 
Qui si pone un secondo problema. Dice un detto “chi cerca, trova, chi non cerca, non trova”. Le sostanze tossiche sono centinaia e attualmente ci sono dei criteri minimi per cercare un certo numero di queste sostanze sulla base delle lavorazioni che hanno interessato il sito. Questo decreto invece da la massima libertà ai privati di scegliere quali sostanze cercare. Considerando che i costi di analisi e bonifiche sono strettamente collegati al tipo di sostanze, ci si può aspettare che i privati provino a presentare piani di caratterizzazione minimali con pochissime sostanze. Poiché queste scelte spostano decine di milioni di euro, si potrà immaginare la pressione per far decorrere inutilmente quei 45 giorni in modo tale da avere il silenzio-assenso, sollevando anche gli enti da qualsiasi responsabilità in caso di mancata risposta.
 
A questo punto si fanno le analisi vere e proprie per vedere se la bonifica è stata efficace e, finalmente, si prevedono le contro-analisi da parte dell'ARPA locale. Ma su cosa? Ovviamente solo sui parametri indicati dal privato! Inoltre attualmente le ARPA fanno le contro-analisi solo sul 10% dei campioni. Insomma, ci sarà un'altissima probabilità di avere bonifiche solo sulla carta.
 
La caratterizzazione a valle e non a monte porta con sé altri gravissimi problemi di carattere ambientale, sanitario e giudiziario. Infatti oggi la caratterizzazione realizzata dal privato in contraddittorio con gli enti fin dall'inizio della procedura permette di valutare l'esatta estensione della contaminazione, mentre con questo decreto il privato potrà presentare un progetto solo su piccole aree o, almeno, ci proverà. Sarà compito dell'ente pubblico in pochissimi giorni e su aree estremamente complesse, in cui di solito ci vogliono anni per capire bene la reale estensione della contaminazione, valutare se possono esistere altre aree limitrofe potenzialmente inquinate, senza avere strumenti reali per fare ipotesi in tal senso (ad esempio, l'accesso e la consultazione degli archivi sulle produzioni).
 
Dal punto di vista sanitario e giudiziario si perde la sicurezza sul reale stato di contaminazione a cui sono stati esposti magari per decenni i cittadini. La popolazione che vive in un'area inquinata (ma anche i ricercatori che devono valutare l'esposizione ad inquinanti e le eventuali conseguenze) dovranno basarsi sui dati dei privati per capire se sono stati esposti a pericoli per la salute!
 
Si arriva al paradosso che se un cittadino volesse chiedere i danni sanitari al privato inquinatore dovrebbe basarsi sui dati presentati proprio da chi ha devastato l'ambiente rendendolo pericoloso!Una volta avvenuta la bonifica faranno fede solo i dati dei privati, per carità, “autocertificati”. Ma viene spontaneo chiedersi: quale privato, quale multinazionale autocertificherà mai l'esistenza di uno stato di inquinamento per il quale potrebbe essere chiamata a rispondere per danni nelle aule dei tribunali?
 
Tra l'altro è incredibile che non vi sia alcun accenno ai doveri di trasparenza e pubblicazione di progetti e dati integrali, nonché della partecipazione dei cittadini ai procedimenti.
 
Singolare, infine, il fatto che la norma abbia la scadenza, il 2017, come se si trattasse di uno yogurt!
 
Questa previsione è però rivelatrice del reale intento del Governo. Sulle bonifiche appare evidente la volontà di mettere definitivamente sotto il tappeto le scorie di un passato in cui il sistema industriale italiano programmaticamente cercava di stare sul mercato sotterrando i rifiuti per non pagarne i costi. Ora che la realtà sta venendo a galla con manifestazioni e lutti, lo stesso sistema industriale chiede di non pagare i danni miliardari secondo il principio “Chi inquina paga”. 
 
Per queste ragioni chiediamo ai parlamentari di intervenire in sede di conversione in legge del decreto al fine di superare le criticità che evidenziamo:
 
-sulla trasparenza e informazione dei cittadini durante il procedimento;
 
-sulla definizione di criteri minimi rispetto ai dati di partenza necessari per redigere il progetto di bonifica e il piano di caratterizzazione;
-sulla certificazione a campione di questi dati di contaminazione di partenza da parte delle agenzie regionali;
 
-sulla modifica del criterio del silenzio/assenso per l'approvazione dei piani di caratterizzazione.
 
Ciò che chiediamo, invece, al Governo è un Piano generale per la bonifiche, che preveda innanzitutto un potenziamento ed una riqualificazione delle strutture di indagine ambientale e di controllo (ISPRA e agenzie locali con organici adeguati e resi indipendenti dalla politica), un finanziamento consistente per i cosiddetti “siti orfani” a causa del fallimento delle imprese inquinatrici, un rafforzamento degli strumenti giuridici ed amministrativi per applicare con efficacia il principio “chi inquina paga” ed, infine, un sistema trasparente di informazione dei cittadini interessati che dia conto di tutti i dati.
 
Solo in questo contesto potrebbe giustificarsi un intervento per semplificare le procedure, intervento che così come configurato ad oggi nel Decreto 91/2014  si tradurrebbe in una potenziale sanatoria regalata agli inquinatori.
 

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