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Salute

INCENDIO IMPIANTO CDR ACEA, LE RASSICURAZIONI NON BASTANO


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
 
Incendio impianto CDR Castellaccio. Rassicurare non basta.
 

L’imponente incendio avvenuto lo scorso 19 giugno nello stabilimento di produzione di CDR di Castellaccio (Paliano, FR), di proprietà ACEA A.R.I.A., sembra aver generato, oltre ad una nube tossica, una sorta di gara tra le istituzioni, tese a rassicurare la popolazione relativamente alla pericolosità delle emissioni prodottesi. La comunicazione rivolta ai cittadini potrebbe riassumersi così: “ci è andata bene!”. Ammesso e non concesso che tutto sia andato effettivamente liscio, si sarebbe dovuto almeno aggiungere: “questa volta…”.
 
Rassicurare la popolazione ed evitare inutili allarmismi è un’istanza istituzionale comprensibile e apprezzabile. Ma c’è una bella differenza tra la rassicurazione paternalistica e la puntuale informazione, che spiega al cittadino che cosa è realmente avvenuto, perché è avvenuto, quali precisi danni ambientali ha provocato, perché non si ripeterà più, che cosa si sta facendo perché non si ripeta.
 
Non ci sembra che gli enti locali abbiano richiesto un’indagine sulla pericolosità dell’impianto, sul rispetto di tutte le garanzie necessarie, sull’esistenza di dispositivi atti a soffocare ogni principio di incendio sul nascere e sulla presenza e funzionalità dei sistemi di allarme, sul rispetto da parte dell’azienda delle misure previste dall’eventuale piano di emergenza. Le sostanze costituenti il CDR sono a rischio grave di incendio, con conseguente generazione di diossine e di altre sostanze pericolose per la salute.
 
Le indagini in corso, di cui attendiamo con attenzione e fiducia gli esiti, si devono semmai all’efficienza delle forze dell’ordine, in particolare dell’Arma dei Carabinieri.
 
Ma l’incendio di Castellaccio pone, più in generale, inquietanti interrogativi sulle procedure di emergenza in caso di incidenti a rischio rilevante. Nella Valle del Sacco sono presenti decine di impianti soggetti alla “Direttiva Seveso” (in ultimo precisata dal D. Lgs. 238/2005), di cui 7 nel solo territorio di Anagni. Per cui l’incendio potrebbe considerarsi una prova generale di inefficienza. Dopo il tempestivo intervento dei Carabinieri e dei Vigili del Fuoco (ci risulta però che il gruppo di intervento NBCR dei Vigili del Fuoco, in possesso di rilevatori di ultimissima generazione, che avrebbero potuto produrre un’istantanea della nube sprigionatasi, sono arrivati sul posto solo nel primo pomeriggio, a incendio pressoché spento e in seguito a chiamata da ritenersi tardiva), la situazione era confusa, e i Comuni hanno dovuto anche procedere per alcune ore a ordinanze cautelative per la salute della popolazione. La protezione civile regionale non si è vista. Se si fosse trattato di un incidente industriale ancora più grave, come lo si sarebbe gestito? Gli abitanti delle località prossime all’intervento, in particolare la popolosa contrada di San Bartolomeo, non sembra siano mai stati realmente informati dei rischi in caso di incidente, né tantomeno coinvolti in procedure atte a ridurli. Ciò vale in generale per tutti gli abitanti della Valle del Sacco nell’arco delle aree toccate dal rischio di incidenti rilevanti.
 
Il suddetto Decreto Legislativo prevede il coinvolgimento attivo di tutti i soggetti interessati, tanto nella fase di predisposizione del piano di emergenza, quanto nelle successive fasi di aggiornamento ed attuazione, nell’ambito di una articolata struttura operativa, coinvolgente Stato, Regioni ed enti locali, finalizzata al successo della pianificazione di emergenza stessa.
 
Sarebbe dunque il caso di verificare il funzionamento di tutta la catena integrata di intervento in caso di incidente rilevante, con particolare attenzione all’informazione della popolazione. Pur riconoscendo la sovrapposizione di competenze, ci sembra che soprattutto i Comuni dovrebbero peritarsi di adempiere a tale responsabilità, senza piangere la condizione di anello debole della catena.
 
Gli enti locali ci sembrano però lontani da una autentica presa in carico della situazione. Esemplare la dichiarazione di chi ha inteso da subito rassicurare i cittadini affermando: “Niente a che vedere con i termovalorizzatori di Colleferro”. Si alludeva all’idea, che circolava tra i cittadini, che l’incendio riguardasse gli inceneritori, dove peraltro in passato com’è noto si è bruciata ogni sorta di materiale.
 
Gli effetti sulla salute dei cittadini dei fattori inquinanti dipendono quindi da una storia, dalla emissione continua di sostanze inquinanti, da episodi di emissione aggravata, dall’accumulo delle sostanze sulla superficie e negli strati profondi del terreno, nelle acque superficiali e profonde, nelle piante, negli animali, nella catena alimentare, negli stessi esseri umani. Diversi rapporti, anche molto recenti, descrivono gli effetti di questo intreccio di processi ed avvenimenti. Ad esempio il rapporto ERAS, redatto dal Dipartimento Epidemiologico della Regione Lazio, in collaborazione con Arpa Lazio e richiesto, relativo allo stato di salute dei residenti nelle vicinanze di impianti di trattamento rifiuti come discariche e inceneritori.
 
Nessun intervento su questo territorio può essere deciso senza prendere in considerazione lo stato di degrado che lo caratterizza, si tratti di insediamenti residenziali, logistici o industriali, di mobilità e trasporti. Di fronte ad una gestione che tende prima ad isolare ogni episodio e fattore di rischio dal suo contesto e dalla sua storia, e a minimizzare e tranquillizzare, riteniamo necessario prendere coscienza di una situazione di emergenza e della necessità di comportamenti adeguati a partire dalle istituzioni fino alla cittadinanza attiva. I cittadini non possono essere tenuti all’oscuro dei rischi che corrono, di quanto potrebbe riguardare la propria incolumità e la propria salute. É necessaria un’opera profonda, continua e diffusa di informazione, un’opera di educazione a conoscere e a capire, a riconoscere e ricercare l’informazione corretta. É necessario divulgare una mappa completa dei fattori di rischio presenti sul nostro territorio; una mappa dello stato di salute di quanti abitano questo territorio. Tutto ciò potrà sortire effetti solo con la partecipazione diretta, organizzata e consapevole dei cittadini.
 
Per quanto riguarda le conseguenze ambientali dell’incendio sinora verificate da Arpa Lazio, in attesa dei dati dei campionatori per valutare le ricadute sui terreni, si evince che le emissioni, pur alterando profondamente in area vasta la qualità dell’aria della giornata in corso, non siano particolarmente preoccupanti: risultano assai inferiori a quelle riscontrate nelle condizioni meteoclimatiche dei periodi dell’anno in cui l’aria ristagna, si producono fenomeni di inversione termica e la Valle del Sacco diventa una camera a gas. Non comprendiamo, però, perché il dato sulle diossine e PCB rilevate a San Bartolomeo sia stato pubblicato solo in relazione alle medie di campionamento in un arco di nove giorni, non consentendo la valutazione precisa del giorno dell’incendio.
 
Non comprendiamo, soprattutto, perché la Valle del Sacco debba essere gravata da un numero spropositato di impianti relativi al ciclo dei rifiuti. In particolare, chiediamo che il superfluo impianto di CDR di Castellaccio, considerata l’autosufficienza del ciclo provinciale dei rifiuti del Frusinate peraltro incentrata sull’incenerimento e sull’utilizzo di discariche, dopo oltre un decennio di turbamento dell’esistenza della popolosa contrada di San Bartolomeo, e dopo questa ulteriore prova di inefficienza, sia definitivamente eliminato dalle future pianificazioni regionali del ciclo dei rifiuti.
 

Valle del Sacco, 14 luglio 2013

CLICCA QUI per scaricare la relazione dell'ARPA LAZIO
 

VALLE DEL SACCO, PUBBLICAZIONE RAPPORTO 2013 SORVEGLIANZA SANITARIA BETAESACLOROCICLOESANO


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

 Beta-HCH, pubblicato il rapporto 2010-2013 DEP Lazio sulla sorveglianza sanitaria ed epidemiologica della popolazione residente nella Valle del Sacco
 
 
É opportuno fare il punto della situazione sulla contaminazione da Betaesaclorocicloesano (ß-HCH) alla luce della recente pubblicazione da parte del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione Lazio (DEP) del rapporto “Sorveglianza sanitaria ed epidemiologica della popolazione residente in prossimità del fiume Sacco”, Rapporto tecnico attività 2010-2013, Giugno 2013.
Ricordiamo che la prima indagine pubblicata in Ottobre 2008 fu effettuata su 246 campioni di siero individuali per il ß-HCH e campioni compositi per i PCDD-PCDF e DL-PCB, famiglie di diossine.
Estratto dei risultati:
«L’analisi statistica dei dati per area ha messo in evidenza valori di β-HCH più elevati per coloro che risiedono in prossimità (entro un km) del fiume Sacco, con valori più che doppi rispetto alle altre aree»; «[…per le diossine] si è osservato nelle aree di Colleferro (sia entro un km dagli impianti sia nel resto del comune ad 1 km dal fiume) un livello superiore a quanto riscontrato nelle altre zone a quanto osservato in studi di letteratura». 
 
Nel 2009 la Regione Lazio, assecondando le richieste del DEP Lazio, avvia il programma di monitoraggio biennale del ß-HCH sui residenti ad 1 Km dal fiume Sacco, con uno sportello informativo presso le USL RMG di Colleferro e la USL di Frosinone e un ambulatorio centralizzato presso la USL RMG.
Per questa nuova indagine, il campione contattato, entro 1 km dal fiume, è stato di 710 soggetti, di cui 643 hanno aderito. Di questi ultimi, 141 sono stati in seguito esclusi per problemi strumentali relativi al laboratorio analisi (Fondazione Maugeri di Pavia), per cui per il prosieguo della sorveglianza i campioni verranno inviati ad un laboratorio di Helsinki.
L’analisi è stata condotta su un campione di 502 soggetti.
 
Riportiamo un estratto dello studio.  
 
«In conclusione, in questa indagine, sono stati messi in evidenza livelli significativi di β–HCH in una popolazione nota per essere stata esposta a tale inquinante, prevalentemente attraverso alimenti e bevande. I dati emersi dalla sorveglianza sanitaria della popolazione presa in considerazione hanno permesso di mettere in luce alcuni effetti biologici […]. In particolare sono state osservate perturbazioni del pattern lipidico, della funzionalità renale e della steroidogenesi, interessando anche gli ormoni sessuali nel sesso femminile. É stata osservata infine una chiara associazione con alterazioni cognitive.
La possibilità che alla esposizione a β–HCH segua un danno biologico di diversi organi ed apparati è suffragata dai risultati di questo studio, anche se le conclusioni generali sono necessariamente caute nell’indicare l’esistenza di un nesso di causa ed effetto. La metodologia dello studio e i suoi risultati meriteranno sicuramente una valutazione attenta della comunità scientifica nei prossimi mesi e la materia si gioverà di un attento follow-up ambientale e clinico della popolazione già coinvolta e di altre popolazioni del comprensorio che hanno subito una esposizione alla sostanza tossica».
 
«Nel mese di marzo 2013 è iniziato infatti il primo follow-up della coorte dei residenti lungo il fiume che prevede la ripetizione di tutti gli esami di laboratorio già eseguiti e una batteria di esami strumentali per la diagnosi di patologie cardiovascolari (visita cardiologica, elettrocardiogramma, misurazione della pressione arteriosa, eco-doppler delle arterie carotidee»), il tutto attraverso la stipula di una convenzione con il CNR di Pisa.
 
Le conclusioni del rapporto confermano quindi che le sostanze prodotte dall’interramento dei fusti tossici nel comprensorio industriale di Colleferro hanno determinato una “acquisizione biologica del β-HCH”, in quanto il campione esaminato è abbastanza significativo.
É opportuno che alla sorveglianza sanitaria venga dato seguito, secondo le indicazioni del DEP, e che in relazione allo studio ERAS vengano implementate analisi aggiuntive su diossine, IPA e PCB, al fine di verificare l’impatto sanitario per la presenza di impianti di incenerimento rifiuti e discariche senza dimenticare le possibili ricadute del recente incendio all’impianto di preselezione di CDR in località Castellaccio a Paliano (Fr).
Riteniamo che la pubblicazione del rapporto rappresenti un ulteriore segnale di trasparenza sull’operato epidemiologico nella Valle del Sacco e soprattutto di rispetto verso una popolazione che necessita di avere serie risposte sul proprio stato di salute.
 
Attendiamo fiduciosi che le amministrazioni facciano il loro dovere e attraverso lo strumento del Consiglio Comunale aperto, comunichino alla cittadinanza i risultati del rapporto.
 
Valle del Sacco, 30 giugno 2013 

CLICCA QUI per scaricare il Rapporto
 

ITALCEMENTI COLLEFERRO E COMBUSTIBILI SOLIDI SECONDARI RINVIATI A VALUTAZIONE IMPATTO AMBIENTALE



 
COMUNICATO STAMPA
Retuvasa, Ugi, Associazione Mamme, Comitato Residenti, Raggio Verde, Gruppo Logos
 
Italcementi Colleferro, il progetto di utilizzo rifiuti come co-combustibile nel cementificio rinviato a VIA
 
E' giunto ieri, 27 giugno 2013, il risultato degli sforzi prodotti dal sodalizio associativo composto da Retuvasa, Ugi, Associazione Mamme, Comitato Residenti, Raggio Verde, Gruppo Logos, in contrapposizione alle intenzioni progettuali di Italcementi Colleferro sull’ utilizzo di alcune tipologie di rifiuti come co-combustibili (CSS) nei propri impianti.
La Determinazione Dirigenziale A05159 pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio, in seguito a verifica di assoggettabilità a  Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) presentata dal proponente, ha accolto le osservazioni delle Associazioni e del Consiglio Comunale di Colleferro, rinviando il progetto all’Area di Valutazione di Impatto Ambientale.
Le considerazioni che hanno determinato tale valutazione sono: l’applicazione del decreto legislativo 152/2006 sulla capacità impiantistica e non sulle quantità di rifiuti giornalieri conferiti indicati nel progetto preliminare come 100 T/g; la direttiva 97/11/CEE che indica la necessità di sottoporre a VIA impianto di smaltimento rifiuti mediante incenerimento.
 
Ulteriori considerazioni, quelle ammesse e sollevate dalle Associazioni hanno avuto un peso fondamentale e sono riferite: alle problematiche relative alla qualità dell’aria e delle emissioni in atmosfera, aspetto considerato rilevante, in relazione alla possibile formazione e diffusione di sostanze pericolose legate al tipo di combustibili che si vuole inviare ai forni; al fatto che l’abitato è a 300 mt [ndr molto meno] e che quindi necessitano ulteriori approfondimenti sugli impatti sanitari e ambientali; che risulta mancante un’analisi modellistica previsionale sulla diffusione degli inquinanti e sulle ricadute al suolo; che risulta assente un’analisi previsionale di impatto acustico; che risulta necessario un approfondimento sulla pericolosità dei materiali utilizzati i quali potrebbero produrre metalli pesanti determinando quindi un’ incompatibilità del loro utilizzo per la produzione di materiali edilizi.
 
Il cuore di quanto considerato dall’area VIA e VAS e che possiamo definire la nostra VITTORIA è:
 
le osservazioni hanno evidenziato una serie di rilevanti problematiche che si ritiene necessario esaminare in un ambito di V.I.A.
 
Ci sentiamo estremamente soddisfatti di questo primo risultato raggiunto frutto di uno studio approfondito e di una sinergia di intenti volti alla necessaria autodifesa della nostra città e delle aree limitrofe.
A questo punto ci auguriamo che il TAR del Lazio accolga e si pronunci positivamente sul ricorso presentato per l’annullamento del Decreto Ministeriale sull’utilizzo dei CSS nei cementifici italiani.
 
 
Colleferro, 28 giugno 2013

Clicca QUI per scaricare la Determinazione della Regione Lazio
 

FLASH MOB INCENDIO IMPIANTO PRESELEZIONE CDR ACEA


COMUNICATO STAMPA RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO
 
Flash Mob incendio impianto preselezione CDR di ACEA A.R.I.A. , i cittadini chiedono ……
 
 
L’incendio del capannone di proprietà ACEA A.R.I.A. per la preselezione di CDR -Combustibile Derivato da Rifiuti- nell’ex area industriale Snia a Paliano (FR) ha lasciato senza risposta numerosi interrogativi tra i cittadini della Valle del Sacco, che si sono riuniti in un flash mob Colleferro nella piazza del Comune. La partecipazione è stata ampia nonostante la brevità del preavviso: un centinaio di persone, con una presenza massiccia dei cittadini di Colleferro e di alcuni dai comuni limitrofi. Questa iniziativa spontanea è stata organizzata in poco tempo utilizzando lo stesso social network che ha permesso il rilancio immediato di foto e video della nube nera che imperversava sulla Valle del Sacco. Un dato evidente è che la cittadinanza attiva è stata molto più reattiva delle amministrazioni e ha avuto un ruolo importante nella divulgazione delle informazioni, aggiornate in tempo reale. I Comuni hanno lanciato tardivamente ordinanze precauzionali di prevenzione giunte ai più attraverso la Rete internet; quello di Colleferro addirittura dap
prima si è giustificato dicendo che la colpa non era degli inceneritori - quindi il problema non esiste - e poi ha tranquillizzato tutti affermando che non c’era pericolo alcuno. Le foto a noi pervenute affermano il contrario e cioè che la nube era anche sopra le teste dei cittadini di Colleferro oltre che di Paliano, Anagni e supponiamo anche dei Comuni dell’Alta Valle.
  
I cittadini invece fanno lavorare il cervello e una delle proposte interessanti lanciate sul web è l’installazione di pannelli luminosi ambientali che potrebbero avere una molteplice funzione, oltre a quella di avvisare la cittadinanza nelle situazioni di emergenza: potrebbero aiutare la comunicazione in relazione alle numerose criticità a cui la Valle è interessata. Una sorta di Green Point, già utilizzato in altri città.
Non dimentichiamo che nella Valle del Sacco insistono 21 aziende a rischio di incidente rilevante - legge Seveso Bis - sulle 69 della Regione Lazio; 7 solamente su Anagni, e non vogliamo nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se l’incidente fosse avvenuto presso una di queste. Questo incidente non è dovuto a fatalità ma è il prodotto della gestione da  parte di ACEA di tutto il ciclo produttivo di trattamento del materiale per il CDR, che notoriamente è a rischio costante di incendio, e della totale mancanza di quei dispositivi che si debbono attivare per bloccare sul nascere ogni episodio di combustione. Si tratta di un impianto del quale da tempo erano state segnalate le inadeguatezze e la pericolosità in un sito prossimo all’abitato.

Non può essere assolutamente messa in dubbio la tempestività e l'operato dei Vigili del Fuoco di Frosinone, qualche perplessità rimane però su alcune dichiarazioni che sarebbe stato opportuno lasciare agli organi di competenza. Per quanto riguarda i certificati prevenzione incendi dello stabilimento sarebbe utile sapere se ne sia stata rispettata l'applicazione, visto che per questo tipo di impiantistica la logica, e a parer nostro anche la regola, impongono che un incendio non debba assolutamente propagarsi.
Inoltre si è percepita l’assenza di un coordinamento per l’emergenza in cui la Protezione Civile potrebbe avere un ruolo fondamentale, ma che nel caso specifico crediamo non ne sia stato chiesto l’intervento.
 
Per tornare alla Seveso Bis le aziende dovrebbero essere dotate di piani di emergenza come da normativa, ma cosa dire della rispondenza alla legge per quanto riguarda le competenze delle amministrazioni locali? Non ci risulta che gli articoli di legge siano rispettati. Tra di essi ad esempio ci sono la completa informazione alla cittadinanza sui rischi che può correre e sulle procedure da seguire in caso di incidente, le strade da lasciare libere o i punti di raccolta. Sfidiamo chiunque a renderci noto se è a conoscenza dei piani di emergenza esterni. Riteniamo oltremodo che la normativa attuale dovrebbe essere rivista ed integrare tra le aziende a rischio anche quelle legate al ciclo dei rifiuti. Ciò, secondo le nostre conoscenze, avviene per gli inceneritori relativamente alla sicurezza interna, ma non per gli impianti in cui i materiali risiedono e vengono lavorati, come ad esempio impianti di TMB, discariche, centri di raccolta.
 
Riprendendo il discorso della nube tossica, ci piacerebbe sapere cosa abbiamo respirato nel tempo intercorso tra l’inizio del propagarsi dell’incendio e lo spegnimento, ipotizzabile in 7 ore, visto che molte persone dormivano con le finestre aperte a causa del
 caldo. L’ARPA Lazio sta monitorando solo ora le possibili ricadute di diossine, IPA e PCB sul luogo dell’incidente e attraverso le centraline di Anagni e Colleferro, ma non pensiamo riesca a determinare cosa possa essere successo nel tempo predetto. Una possibile informazione, su Colleferro, si sarebbe potuta ottenere se, come da accordo di gestione degli inceneritori stipulato tra Comune e Gaia, fosse stata installata la centralina di rilevamento per le ricadute al suolo a carico della gestione degli impianti.
             
Tornando alle ricadute in molti si domandano se ora è possibile usufruire dei prodotti dell’area, viste le situazioni pregresse di contaminazione diffusa che si stava cercando di risolvere anche per un rilancio del comparto agricolo. Il consiglio è di attendere le risposte dei risultati del monitoraggio, nel frattempo però l’Amministrazione di Anagni, sempre in via precauzionale, interdice l’utilizzo di prodotti derivanti dalla coltivazione locale entro un raggio di 500 mt. dall’impianto ACEA. Ricordiamo che vige ancora un’ordinanza dello stesso Comune per un raggio di 500mt. dall’impianto di incenerimento pneumatici di proprietà Marangoni. I commenti sono superflui anche perchè è di ieri la notizia che tre dirigenti Marangoni sono indagati a piede libero per immissione in atmosfera di sostanze non autorizzate.
 
A Colleferro l’amministrazione ha ritenuto opportuno non applicare nessuna ordinanza, dietro rassicurazioni degli organi competenti, tenendo conto però che alcuni di loro ora stanno effettuando rilievi attraverso le centraline locali. La domanda che ci poniamo è: se ora si ritiene opportuno verificare possibili ricadute, non è logico che qualcosa si sarebbe dovuto fare mentre la nube nera circolava liberamente nella Valle del Sacco? Le foto che numerosi cittadini hanno scattato parlano chiaro e dall’alto la percezione è che l’area interessata fosse molto diffusa.
 
Chiediamo a chi ha realizzato foto o video di inviarle al nostro indirizzo mail retuvasa@gmail.com in quanto è nostra precisa intenzione depositare al più presto un esposto alla Procura di Frosinone documentandolo con testimonianze.
Un esposto al momento ci sembra la miglior via percorribile per giungere ai responsabili del disastro a far pagare loro questo ennesimo scempio perpetrato al nostro territorio.
Invitiamo tutti a mantenere alta la guardia e a riferire qualsiasi anomalia di carattere ambientale.
 
Nei prossimi giorni grazie all’impegno di quanti hanno dato vita al flash mob si terrà una assemblea nella quale cittadini ed associazioni condivideranno le informazioni e le decisioni sulle iniziative da intraprendere, prioritariamente per un’azione diretta sulla chiusura definitiva dell’impianto di Castellaccio e una bonifica dell’ex area industriale lasciata nell’incuria per anni.
 
Valle del Sacco, 23 giugno 2013
 

RETUVASA, RICORSO AD ADIUVANDUM DECLASSAMENTO SIN VALLE DEL SACCO


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO


Intervento ad adiuvandum nel ricorso contro il declassamento dei SIN della Valle del Sacco:
 entro una precisa strategia di risanamento ambientale
 

Confermando l’intervento ad adiuvadum nel ricorso al TAR contro la dismissione dei Siti di bonifica di Interesse Nazionale (SIN) insistenti sulla Valle del Sacco, sancita dal D.M. Ambiente 11 gennaio 2013,[1] Retuvasa intende chiarire, con adeguato respiro, il senso del proprio contributo, alla luce dell’effettiva e attuale situazione ambientale della Valle del Sacco, delle azioni di risanamento in corso, delle opportune misure che si ritiene siano da adottare dal punto di vista normativo e operativo per la tutela ambientale e sanitaria della popolazione della Valle del Sacco, nonché per il rilancio dell’economia dell’area in termini di green economy. Considerata l’oggettiva complessità della questione e l’importanza di un’efficace e strutturale divulgazione, è opportuno offrire ai media un quadro informativo sufficientemente ampio e disteso, sebbene insolito per i canoni di un ordinario comunicato stampa.       

Propedeuticamente, appare necessaria la delucidazione, che non può dirsi presente neppure nel comunicato stampa del Ministero dell’Ambiente del 31.01.13 pubblicizzante il suddetto D.M., circa l’esistenza di due distinte perimetrazioni del SIN della Valle del Sacco, corrispondenti a due distinte denominazioni dello stesso e identico SIN:

1. SIN “Valle del Sacco” (istituito con L. 2 dicembre 2005 n. 248, art 11-quaterdecies, comma 15, post D.P.C.M. 19/05/2005) coincidente con l’area oggetto di emergenza socio-economico-ambientale, gestito da apposito Ufficio commissariale delegato. Esso comprendeva l’area industriale di Colleferro e la fascia agricola ripariale compresa tra Colleferro e Supino. Successivamente, con il rinnovo dello stato d’emergenza in data 31 ottobre 2010, la competenze del suddetto Ufficio è stata estesa alle aree agricole riparali comprese tra Frosinone e Falvaterra (confluenza del fiume Sacco con il fiume Liri).
2. SIN “Bacino del fiume Sacco”, perimetrato dal Ministero dell’Ambiente con D.M. 31 gennaio 2008 n. 4352. Comprendeva un’area vastissima del bacino imbrifero del fiume Sacco, da Valmontone al sud del Frusinate, escludendone però, in quanto assegnata all’Ufficio Commissariale, l’area dei comuni di Colleferro, Segni, Gavignano (prov. Roma) e di Paliano, Anagni, Sgurgola, Ferentino, Morolo e Supino (prov. Frosinone). In realtà, la legge istitutiva del SIN assegnava all’Ufficio in via esclusiva le competenza in relazione alla grave e accertata emergenza ambientale (presenza di fitofarmaci organoclorurati nella catena alimentare). Nelle aree non comprese nel suddetto decreto di perimetrazione del Ministero dell’Ambiente, ricadono però gravi criticità ambientali, per la presenza di poli industriali complessi, come ad esempio Colleferro, Anagni e Ferentino.  
 
Al contrario di quanto suggerito dal suddetto comunicato stampa ministeriale, in base alla normativa nazionale e regionale (L.R. 27/98, L.R. 23/06 e D.G.R. 451/08)  vigente, la competenza della bonifica, che nelle intenzioni del legislatore deve intendersi trasferita alla Regione (trasformazione del SIN in SIR, ovvero Sito di bonifica di Interesse Regionale), nel caso del Lazio paradossalmente, si trasferisce invece ai Comuni interessati. Dunque, non si tratta solo di ricorrere contro la dismissione della gestione diretta del Sito da parte dello Stato, ma anche di intervenire in materia con apposita legge regionale.
 
Per quanto riguarda il SIN “Provincia di Frosinone” (istituito con D.M. 468/2001, ovvero ben 12 anni fa), definito stavolta univocamente dal Ministero dell’Ambiente e di sua esclusiva e diretta competenza, comprendeva 122 discariche di rifiuti solidi urbani comunali disseminate su tutto il territorio della Provincia di Frosinone, alcune particolarmente delicate, come “Le Lame” a Frosinone, altre meno (tanto per la localizzazione dell’area, quanto per estensione e caratteristiche dei rifiuti abbancati). Si tratta di situazioni ben diverse dall’inquinamento di origine industriale del SIN della Valle del Sacco. Risulta però necessario dare adeguata continuità all’azione conoscitiva già avviata dal Ministero ai fini della messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale. Da una parte, sembra evidente che, tramite l’istituzione di un’efficace cabina di regia regionale e di corrispondenti risorse, tali situazioni potrebbero anche essere gestite in ambito comunale. D’altra parte, esse costituiscono a tutti gli effetti una componente intrinseca al complesso quadro della situazione ambientale dell’intera Valle del Sacco, che Ministero dell’Ambiente e Regione Lazio devono saper gestire cum grano salis.
 
Premesso l’inquadramento di cui sopra, è fondamentale apprezzare che il ricorso, oltre alla propria autonoma valenza, acquista particolare spessore e significato se collocato all’interno di una precisa strategia volta a: 1. dare continuità alle azioni di bonifica e risanamento completate e in corso 2. assicurare una gestione istituzionale efficiente di tali azioni 3. attrarre fondi europei per il risanamento e il rilancio dei territori. 4. affrontare il risanamento ambientale della Valle del Sacco in termini globali, con un ventaglio di efficaci interventi normativi e operativi, mirati anche al recupero di attività produttive sostenibili (sia in funzione della vocazione del territorio, sia delle condizioni ambientali oggi note).
 
Ci sono ottime ragioni ambientali che inducono a ritenere che il TAR accoglierà le ragioni dei ricorrenti. In primo luogo, va sottolineata la titolarità di requisiti previsti dalla vigente e aggiornata definizione ministeriale di SIN, quali la presenza di impianti chimici integrati e di siti dismessi interessati da attività produttive di amianto, come la Cemamit di Ferentino. Vi sono poi forse ancor più decisive questioni di diritto, che avevamo già anticipato a mezzo stampa alcuni mesi fa, ben sottolineate dai legali di Legambiente che hanno predisposto il ricorso, tra cui l’intrinseca contraddittorietà e illogicità del D.M. di declassamento dei SIN. Ragioni che contribuiremo a ben corroborare attraverso i nostri legali.
           
Va sottolineato però che, in caso di esito positivo del ricorso e di annullamento del declassamento del SIN, i problemi non saranno certo risolti sic et simpliciter, considerata in primis la scarsa efficienza con cui il Ministero dell’Ambiente ha gestito molti dei SIN.
È il caso, ad esempio, dello stesso SIN “Provincia di Frosinone”. In dodici anni, ben poche discariche sono state effettivamente bonificate, nonostante cospicue risorse siano state impiegate per la caratterizzazione dei siti.
Ed è il caso anche della gigantesca quanto indeterminata area di competenza ministeriale del SIN “Bacino del fiume del Sacco”, ove non si sono prodotti a oggi concreti risultati, ma solo, in virtù di una convenzione tra Arpa Lazio, Regione Lazio e lo stesso Ministero dell’Ambiente, una sub-perimetrazione di assai discutibile profilo, sebbene gravosa in termini di risorse pubbliche, che ha identificato numerose delle situazioni ad elevata criticità ambientali presenti, ma non certo tutte. D’altra parte, nell’area di competenza dell’Ufficio Commissariale per l’emergenza della Valle del Sacco - come attestato non solo dalle relazioni dello stesso ufficio, ma anche dalle inchieste interparlamentari sui SIN[2]si registrano risultati di rilievo, benché ancora incompleti. In particolare, viene riscontrato dalla competente Commissione interparlamentare lo stato dei lavori in relazione alla caratterizzazione del sito, e alla messa in sicurezza, l’avvio dei lavori di bonifica e il completamento della stessa per alcuni siti contaminati presenti nell’area industriale di Colleferro; il contributo alla realizzazione del depuratore consortile di Anagni; la progettazione e predisposizione delle attività di biorisanamento dei terreni agricoli contaminati sulle sponde del fiume. Azioni a cui deve essere assicurata continuità.
 
Ciò induce ad auspicare che, in caso di vittoria nel ricorso, il reintegrato SIN della Valle del Sacco sia in parte gestito direttamente dalla Regione Lazio. È auspicabile che quest’ultima proponga al Ministero lo scorporo di una parte del Sito, analogamente a quanto sta avvenendo per alcune Regioni (proposta avanzata ad esempio dalla Regione Toscana per alcuni SIN di propria competenza). In tal modo, alla potenziale attrazione di fondi finalizzati al risanamento offerta dallo status di Sito di bonifica di Interesse Nazionale, si combinerebbe quella dell’efficiente gestione di un ente più prossimo e direttamente interessato, appunto la Regione.
           
Per questo, e in quest’ottica, Retuvasa interverrà ad adiuvandum nel ricorso, e invita a fare altrettanto le Province, i Comuni e le associazioni ambientaliste e di tutela della salute presenti nel territorio.
 
Si invita inoltre la Regione Lazio ad assumersi le proprie responsabilità. Quelle che non si assunse dal 1991 al 2005, non mantenendo i sottoscritti impegni di bonifica di alcune porzioni dell’area industriale di Colleferro già oggetto dell’inchiesta della magistratura nel 1990 (accertata contaminazione per la presenza, tra l’altro, di β–HCH), il che comportò il verificarsi dell’emergenza della Valle del Sacco. Quelle che non si è assunta la Giunta Polverini, salve poche eccezioni ambientalmente latitante durante il suo governo della Regione, come nel caso, a tema, della mancata risposta alla richiesta (14 novembre 2012) da parte del Ministero dell’Ambiente di osservazioni eventualmente avverse al declassamento del SIN (pur nel contesto di un discutibile iter del D.M. 11 gennaio 2013, che appare affetto da un’istruttoria piuttosto sommaria e troppo celere e dalla possibile violazione del principio di collaborazione procedimentale Stato-Regioni).
 
Auspichiamo che la Giunta Zingaretti, già ricorrente per l’annullamento di tale decreto relativamente al SIN Valle del Sacco, abbia la lungimiranza politica e il coraggio di avviare sin da subito un percorso normativo e operativo lungo e articolato, capace di affrontare organicamente le criticità ambientali della Valle del Sacco, finalizzando tali interventi anche alla promozione di uno sviluppo eco-compatibile del territorio valorizzante agricoltura, turismo, cultura, eco-distretti industriali, in armonia con il modello proposto dal Prof. Hanns Dietrich Schmidt, responsabile per le relazioni internazionali del distretto della Ruhr, al convegno organizzato da Retuvasa e Gruppo Logos lo scorso novembre a Colleferro. Si auspica che a tal fine si ascoltino attentamente i consiglieri regionali più sensibili e competenti in campo ambientale, non perdendosi nelle maglie della burocrazia o soggiacendo agli interessi del business della bonifica.
 
Il risanamento ambientale delle criticità ambientali della Valle del Sacco è un percorso complesso. Il permanere dello status di SIN è solo un tassello di un’ideale azione normativa delle istituzioni parimenti complessa. Non si tratta solamente di saldare, com’è necessario, le situazioni di criticità ambientale presenti, ma anche di coniugare con adeguato discernimento tecnico i distinti livelli normativi e amministrativi nazionali e regionali, pena l’inconcludenza di quanto di buono fatto sinora in termini di bonifica e il mancato avvio di processi di risanamento e di opportuna pianificazione dello sviluppo del territorio che da decenni attendono chi li raccolga.     
 
 
Francesco Bearzi – Coordinatore Provincia Frosinone
Alberto Valleriani – Presidente
 
Valle del Sacco, 11.06.13.
 

[1] Approvazione dell’elenco dei siti che non soddisfano i requisiti di cui ai commi 2 e 2 bis dell’art. 252 del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e che non sono più ricompresi tra i siti di bonifica di interesse nazionale, pubblicato su GU n. 60 del 12.03.13.
[2] Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia: i ritardi nell’attuazione degli interventi e i profili di illegalità, Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, XVI legislatura, Camera dei Deputati – Senato della Repubblica, Doc. XXIII n. 14 (Relatori: sen. Dorina Bianchi; sen. Daniela Mazzuconi).
 

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