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Paliano

Paliano, sulla vendita della Selva una VERGOGNA infinita.


Comunicato Stampa Retuvasa

Paliano, sulla vendita della Selva una VERGOGNA infinita.
 

L’area centrale della Selva di Paliano venduta ai privati.

Un’area di pregio paesaggistico e ambientale come la Selva di Paliano, su cui in molti contavano per una gestione pubblica e un rilancio partecipato tra istituzioni, associazioni, cittadini, sarebbe potuta diventare un volano positivo per un rilancio di cui il nostro territorio avrebbe molto bisogno.

Invece no! Si apprende da organi di stampa che la zona più conosciuta, quella più frequentata, quella che rimane nei ricordi di tantissime persone che usufruivano delle bellezze dell’ex Parco Uccelli e che continuavano ad usufruirne negli ultimi anni di transizione, ebbene quella zona è stata venduta all’asta dal curatore fallimentare.

La Regione Lazio, che negli ultimi tempi, non pagava l’affitto per quella porzione di area ha lasciato andare in mano ai privati l’ultimo straccio di sogno di un territorio in fin di vita.

Per l’amministrazione di Paliano e di riflesso anche per quella di Colleferro che tanto stavano puntando sulla riqualificazione dell’ex Parco un duro colpo politico. Questa ennesima occasione persa dimostra l’inadeguatezza o meglio la mancanza di una progettualità forte e condivisa per il nostro territorio da parte di istituzioni, reti sociali, economiche e culturali.

Ma i reali colpevoli di questa situazione sono altrove e siedono in Giunta Regionale. Al presidente Nicola Zingaretti e al suo Assessore di riferimento Mauro Buschini urliamo in coro: VERGOGNA!!!

Agli ignavi non risparmiamo di certo il nostro disappunto, anche perché nell’ultimo bilancio regionale sono stati stanziati per il light revamping degli inceneritori una somma dieci volte maggiore dei soldi che servivano per l’acquisto dell’area in questione.

Al contempo è stata prevista una sopraelevazione della discarica limitrofa alla Selva, che si dovrebbe chiudere nel 2019, ma che in questi due anni potrebbe fungere da sversatoio della monnezza romana, l’unico interesse della Regione Lazio nei nostri confronti.

Questa era la nostra visione inserita nella piattaforma programmatica del 2010 riguardo alla Selva di Paliano intesa come area di cerniera della Valle del Sacco:

Il Comune di Paliano costituisce la frontiera tra i mondi della macroarea sud e nord. La parte settentrionale del suo territorio comunale ha pressoché tutte le caratteristiche della macroarea nord. Assenti le industrie, è pressoché incontaminata, pregevole dal punto di vista paesaggistico, sede di colture che meriterebbero marchi di qualità (vite e olivo). La parte meridionale del territorio è invece in più punti “assediata” dalle aree industriali di Colleferro e Anagni. Già si è ricordata la criticità dell’impianto di Cdr di Castellaccio, che incombe sull’abitato di San Bartolomeo (Anagni). Ancor più grave la presenza, al confine col territorio colleferrino, della discarica di Colle Fagiolara, di cui anche si è già detto. Quest’ultima minaccia una delle principali risorse in termini sia ambientali che economici dell’intero territorio, La Selva.

La qualità della vita e lo sviluppo eco-compatibile dell’area sono legate in primo luogo alla valorizzazione del turismo e dell’agricoltura.

Da allora nulla è cambiato, se non in peggio!

Non vogliamo entrare nel merito di ciò che gli acquirenti potranno o vorranno fare -dovranno comunque rispettare il Master Plan- ma questo è un colpo a tradimento, un colpo che può essere definito come una dichiarazione di guerra alla quale sarà necessario rispondere con tutte le risorse disponibili ed il contributo di una ampia coalizione sociale e territoriale.

 
Paliano, 15.02.2017
 

Paliano, il dilemma dell'acqua pubblica.


Comunicato Stampa Retuvasa

Paliano, il dilemma dell’acqua pubblica.

 
 
La vicenda del braccio di ferro tra il Comune di Paliano, che non vuole passare la gestione del servizio idrico integrato ad Acea ATO 5, e quest’ultima società, che a suon di ricorsi al TAR vuole acquisire impianti e gestione del servizio idrico di Paliano va a nostro avviso approfondita, almeno per comprendere i termini della questione.

Il Comune di Paliano, per quanto riguarda il servizio idrico, ricade nell’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) 5 del Lazio, che è stato affidato con gara ad evidenza pubblica nel 2003 ad Acea ATO 5, una controllata del gruppo Acea S.p.A.. Acea ATO 5, quindi, dovrebbe prendere in carico tutti i comuni dell’ATO 5.
Per inciso, gli ATO, coinvolti dagli innumerevoli tagli alla spesa pubblica, sono stati aboliti a partire dal 31dicembre 2012. E’ per tale motivo che le Regioni sono state chiamate a ridisegnare, secondo criteri di razionalizzazione, gli ambiti di bacino idrografico (ABI). La Regione Lazio, colpevolmente in estremo ritardo, non ha ancora definito i nuovi ABI, nonostante  giaccia  da molto tempo in commissione ambiente la  proposta di legge 238/2015 che riprende la proposta sugli ABI degli esperti del Forum regionale dei movimenti per l'acqua.

Fino ad ora la gestione di Acea ATO 5 è stata molto inefficiente tanto che i sindaci dell’ATO 5 hanno deciso di rescindere il contratto con essa. Perché i cittadini di Paliano dovrebbero affidare uno dei servizi pubblici  più importanti a un’azienda del genere?

Ricordiamo che Acea S.p.A. è una società per azioni quotata alla  borsa di Milano che vede nel proprio capitale il Comune di Roma, con una quota maggioritaria (51%) e importati soggetti privati, quali il Gruppo Caltagirone, la multinazionale francese dell’acqua Suez e la Norges Bank; quest’ultima gestisce il fondo sovrano norvegese, uno dei più importanti al mondo, alimentato dai proventi dell’estrazione petrolifera nel Mare del nord e proprietario di importanti partecipazioni azionarie anche in Italia.

Va ricordato che le società di capitali (tra cui le s.r.l. e le S.p.A.), anche se a TOTALE CAPITALE PUBBLICO, sono società di diritto privato che rispondono a logiche di mercato piuttosto che all’interesse pubblico. La quotazione in borsa, inoltre, rende ancor più preponderante l’obiettivo della generazione  di profitti.
Tornando ai fatti, il sindaco Alfieri ha inviato una lettera  a  Virginia Raggi, attuale sindaco di Roma (il Comune, come detto, è azionista di maggioranza di Acea S.p.A.), chiedendole di ritirare il nuovo ricorso al TAR presentato da Acea ATO 5 l’11 luglio scorso in cui l’azienda  intima al comune di Paliano di cedere gli impianti.

Nella lettera si fa cenno anche all’esito referendario di giugno 2011, quando 26 milioni di italiani hanno scelto la gestione pubblica di tutti i servizi, in primis il servizio idrico.

Chi gestisce al momento il servizio idrico di Paliano? L’AMEA, una S.p.A. a capitale misto pubblico-privato, con il seguente assetto azionario (ripreso dal sito della società): Comune di Paliano: 65,494%, Comune di Piglio 1,506%; A.R.I.A S.r.l.  33%.

Gli enti pubblici locali in questo caso hanno una quota preponderante nell’assetto societario, ma non si tratta comunque di una società di diritto pubblico, come può essere invece un’azienda speciale; quest’ultima risulta ente strumentale dell’ente locale di riferimento, il suo obiettivo è esclusivamente la gestione del servizio affidatole, per statuto non può operare a fini di lucro e deve reinvestire eventuali utili per migliorare il servizio. E’ per tale motivo che questa forma di gestione è stata sempre vista dai movimenti per l’acqua pubblica come la migliore in grado di garantire la pubblicità del servizio.
Non a caso il comune di Napoli ha ripubblicizzato il proprio servizio idrico effettuando proprio la trasformazione  della società per azioni Arin S.p.A. nell’azienda speciale Acqua Bene Comune Napoli (ABC Napoli).

Il sindaco Alfieri quindi, che noi stimiamo per la sua netta presa di posizione contro Acea ATO 5, dovrebbe però dare seguito al referendum del 2011 avviando un processo di ripubblicizzazione di Amea attraverso la trasformazione in azienda speciale.

Tra l’altro nella lettera viene ricordato che la legge 5/2014 sul servizio idrico della Regione Lazio permette e incoraggia la scelta pubblica per la gestione di questo servizio.

Siamo consapevoli dei vincoli sempre più pressanti con i quali tutti i governi degli ultimi decenni hanno di fatto imposto ai comuni la privatizzazione dei servizi pubblici (proprio attraverso la negazione delle aziende speciali), ma il rispetto della volontà popolare dovrebbe essere la priorità per ogni amministratore.

I fatti, d’altra parte indicano che la privatizzazione non migliora il servizio: è notizia di qualche giorno fa che i comuni di Valmontone e Rocca di Papa hanno minacciato azioni legali contro il gestore Acea ATO 2 per ripetuti e irrisolti problemi alle infrastrutture idriche mentre nel Comune di Colleferro  continuano le interdizioni all’uso umano dell’acqua potabile per parametri batteriologici non conformi (da alcuni giorni interdizione al quartiere Scalo e via Casilina), la chiusura completa per il periodo estivo dello sportello utenti di zona, la mancata bollettazione da oltre un anno.

Non si può evitare il confronto con il caso Saracena, un piccolo Comune del Pollino che gestisce l’acqua con azienda speciale da molto tempo anziché affidarla alla Sorical S,p.A., come avrebbero voluto imporgli. Il caso fece scalpore a luglio dello scorso anno perché il sindaco Gagliardi era insorto contro la multa imposta dall'Authority. La colpa? Le tariffe applicate dal sindaco erano troppo basse, sarebbero dovute lievitare secondo l’Authority, da 26 centesimi a 1 euro e 40. Il sindaco la spuntò mostrando semplicemente i dati: gestione del servizio eccellente e altamente economica.

Cosa si può chiedere di più ad un sindaco?

Comunque l’azione della amministrazione di Paliano che resiste alle pretese di Acea di costruire un monopolio della gestione del sistema idrico, capace di macinare profitti in  Italia e nel mondo a discapito di un diritto fondamentale, potrà continuare ed avere successo solo se  si realizzerà compiutamente la collaborazione tra tutti gli enti locali nella creazione di un sistema di gestione adeguato ai bisogni del territorio ed al mantenimento della risorsa acqua nella sua naturale struttura di bacino idrico.

 
Paliano, 31 luglio 2016
 

Colleferro, discarica di Colle Fagiolara in fiamme


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco e
Comitato Residenti Colleferro

 
Colleferro, la discarica di Colle Fagiolara in fiamme
 


Nella discarica di Colleferro, a Colle Fagiolara, destinataria di rifiuti indifferenziati,  intorno alle ore 15,00 di mercoledì 11 giugno 2014, sono intervenuti Vigili del Fuoco e Forze dell’ordine per domare un improvviso incendio divampato all’interno del sito su uno dei pendii rivolti a nord, interessando un ampio fronte.
Tutti hanno potuto constatare l’esistenza di una densa nube nera, come testimoniano le numerose foto pubblicate su Facebook e sui siti locali, oltre che sulle testate giornalistiche on line.

I primi ad essere allarmati sono stati i residenti lungo la Via Palianese, che abitano di fronte al sito di discarica e che hanno immediatamente avvisato le associazioni ambientaliste locali, che si sono recate tempestivamente sul posto per solidarizzare con loro e segnalare l’accaduto al Nucleo Operativo Ecologico (NOE) dell’Arma dei Carabinieri.

I cittadini non dispongono sul sito istituzionale del Comune di Colleferro di un numero  per ricevere informazioni, rassicurazioni e indicazioni; a questa carenza, anche in tale circostanza, hanno svolto un ruolo di supplenza le associazioni ambientaliste, con i propri limitati mezzi, ma con un sapiente uso della rete e dei social network.

“Questo nuovo grave episodio, di cui attendiamo di conoscere le cause “ dichiara Alberto Valleriani della Rete per la Tutela della Valle del Sacco, “ è la conseguenza di una gestione non correttamente programmata della coltura di discarica e delle misura di sicurezza e controllo del sito”. “Ci preoccupa, inoltre,  la condizione in cui operano gli addetti, in quanto sono i primi, insieme ai residenti, a dover subire gli effetti tossici e nocivi. Il tutto rende la situazione inaccettabile.”.
 
“Questi impianti ad alto rischio ambientale richiedono rigorose misure di sicurezza per  la salvaguardia della salute dei cittadini; infatti il Sindaco di Paliano, ha adottato immediatamente  un’ordinanza cautelativa. Attendiamo che il Sindaco di Colleferro faccia altrettanto informando la cittadinanza riguardo le cause dell’incendio e le cautele da adottare” commenta Ina Camilli, del Comitato Residenti Colleferro.
Non è accettabile a nostro avviso, che a fronte dello stesso evento, i comportamenti degli enti locali siano difformi nei tempi e modalità, tanto più  che il centro urbano di Colleferro è più vicino alla discarica del centro di Paliano .           
 
Numerosi i commenti sui Social Network, che riferiscono della propagazione nell’atmosfera di fumi e odori da collegare all’incendio; forti le preoccupazioni e molto determinate le richieste di chiusura definitiva del sito.
 
Di fronte alla nuova preoccupazione che si è diffusa nella Valle del Sacco il Sindaco di Colleferro deve convocare il Consiglio Comunale in seduta straordinaria per riferire su cause ed effetti dell’accaduto, per richiedere ad ARPA Lazio di accertare l’eventuale presenza di elementi inquinanti nei terreni circostanti la discarica, per prevedere l’installazione di un sistema di misurazione in continuo per il biogas quotidianamente emesso, nonché valutare quali azioni intraprendere nei confronti della società di gestione regionale  Lazio Ambiente SpA.
La gravità di questo episodio conferma la fondatezza delle continue denunce delle associazioni e dei residenti, che ritengono inadeguata la gestione del sito che non risponde ai requisiti di sicurezza previsti dalla normativa europea e nazionale.
E’ accertato che il sito, allo stato attuale, è illegale.
 
Le associazioni ed i cittadini ne chiedono l’immediata chiusura e bonifica, senza ricorrere ad ulteriori espedienti che ne prolunghino la vita, aumentando in modo esponenziale ed ogni giorno i fattori di rischio.
 
 
Colleferro, 11 giugno 2014
 

PCB ad Anagni-Paliano



COMUNICATO STAMPA

Richiesta caratterizzazione ambientale per la presenza di PCB ad Anagni-Paliano
 

 

Abbiamo invitato i sindaci di Anagni e Paliano a sottoscrivere una richiesta di caratterizzazione ambientale (nell’ambito delle competenze della Regione Lazio e dei fondi assegnati all’emergenza della Valle del Sacco, amministrati dalla Protezione Civile) di parte del territorio dei Comuni di Anagni e Paliano, che possono essere stati interessati da una contaminazione di PCB, già riscontrata in alcuni anelli della catena alimentare (uova e latte ovino).La richiesta è comunque inviata dalla nostra associazione agli uffici regionali interessati (Ufficio Conservazione Qualitá e Bonifiche Siti Inquinati - Ufficio Valle Sacco - Direzione Regionale Infrastrutture e Ambito Politiche Abitative Area Pianificazione Protezione Civile) e, per conoscenza, alla Procura di Frosinone.

 
In un’area situata al confine tra i Comuni di Anagni e Paliano sono emersi recentemente valori di positività per PCB in alcuni alimenti di origine animale (uova e latte ovino).
Il rinvenimento dei pericolosi inquinanti ha indotto la ASL di Frosinone e il sindaco di Anagni ad attivare idonee misure di interdizione al consumo di tali prodotti nell’area contaminata. Sono in corso supplementi di analisi da parte di ASL Frosinone e ARPA Lazio.
La storicità della contaminazione per inquinanti congeneri (diossine e PCB) di aree limitrofe induce a considerare indispensabile l’intervento secondo capacità e competenza di tutti gli enti/amministrazioni interessati, nonché la messa in campo di adeguate risorse finanziarie al fine di avviare una capillare rilevazione ambientale, nel pieno rispetto del D.Lgs 152/06, nella fase embrionale del processo di contaminazione; evitando in tal modo le ripercussioni di natura sanitaria-ambientale-economica che la vicenda, tutt’altro che risolta, dell’emergenza ambientale dell’ex SIN “Valle del Sacco” hanno comportato.
La copertura finanziaria per compensare gli oneri derivanti dalle attività di caratterizzazione ambientale può essere garantita dalle provvigioni trasferite, al termine dell’emergenza, dall’Ufficio commissariale alla Regione; per un criterio di continuità tecnica gestionale il Piano della caratterizzazione potrebbe essere messo a punto dall’ex struttura operativa commissariale, oggi nelle disponibilità della regione Lazio. Ciò garantirebbe, oltre che l’omogeneità dello studio ambientale, una gestione oculata delle risorse finanziarie visti i costi sostenuti nel passato per le attività di caratterizzazione attuate secondo procedure di gara, anche europea.
Si riporta di seguito una scheda descrittiva del contesto e dell’opportunità della presente richiesta.

INCENDIO IMPIANTO CDR ACEA, LE RASSICURAZIONI NON BASTANO


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
 
Incendio impianto CDR Castellaccio. Rassicurare non basta.
 

L’imponente incendio avvenuto lo scorso 19 giugno nello stabilimento di produzione di CDR di Castellaccio (Paliano, FR), di proprietà ACEA A.R.I.A., sembra aver generato, oltre ad una nube tossica, una sorta di gara tra le istituzioni, tese a rassicurare la popolazione relativamente alla pericolosità delle emissioni prodottesi. La comunicazione rivolta ai cittadini potrebbe riassumersi così: “ci è andata bene!”. Ammesso e non concesso che tutto sia andato effettivamente liscio, si sarebbe dovuto almeno aggiungere: “questa volta…”.
 
Rassicurare la popolazione ed evitare inutili allarmismi è un’istanza istituzionale comprensibile e apprezzabile. Ma c’è una bella differenza tra la rassicurazione paternalistica e la puntuale informazione, che spiega al cittadino che cosa è realmente avvenuto, perché è avvenuto, quali precisi danni ambientali ha provocato, perché non si ripeterà più, che cosa si sta facendo perché non si ripeta.
 
Non ci sembra che gli enti locali abbiano richiesto un’indagine sulla pericolosità dell’impianto, sul rispetto di tutte le garanzie necessarie, sull’esistenza di dispositivi atti a soffocare ogni principio di incendio sul nascere e sulla presenza e funzionalità dei sistemi di allarme, sul rispetto da parte dell’azienda delle misure previste dall’eventuale piano di emergenza. Le sostanze costituenti il CDR sono a rischio grave di incendio, con conseguente generazione di diossine e di altre sostanze pericolose per la salute.
 
Le indagini in corso, di cui attendiamo con attenzione e fiducia gli esiti, si devono semmai all’efficienza delle forze dell’ordine, in particolare dell’Arma dei Carabinieri.
 
Ma l’incendio di Castellaccio pone, più in generale, inquietanti interrogativi sulle procedure di emergenza in caso di incidenti a rischio rilevante. Nella Valle del Sacco sono presenti decine di impianti soggetti alla “Direttiva Seveso” (in ultimo precisata dal D. Lgs. 238/2005), di cui 7 nel solo territorio di Anagni. Per cui l’incendio potrebbe considerarsi una prova generale di inefficienza. Dopo il tempestivo intervento dei Carabinieri e dei Vigili del Fuoco (ci risulta però che il gruppo di intervento NBCR dei Vigili del Fuoco, in possesso di rilevatori di ultimissima generazione, che avrebbero potuto produrre un’istantanea della nube sprigionatasi, sono arrivati sul posto solo nel primo pomeriggio, a incendio pressoché spento e in seguito a chiamata da ritenersi tardiva), la situazione era confusa, e i Comuni hanno dovuto anche procedere per alcune ore a ordinanze cautelative per la salute della popolazione. La protezione civile regionale non si è vista. Se si fosse trattato di un incidente industriale ancora più grave, come lo si sarebbe gestito? Gli abitanti delle località prossime all’intervento, in particolare la popolosa contrada di San Bartolomeo, non sembra siano mai stati realmente informati dei rischi in caso di incidente, né tantomeno coinvolti in procedure atte a ridurli. Ciò vale in generale per tutti gli abitanti della Valle del Sacco nell’arco delle aree toccate dal rischio di incidenti rilevanti.
 
Il suddetto Decreto Legislativo prevede il coinvolgimento attivo di tutti i soggetti interessati, tanto nella fase di predisposizione del piano di emergenza, quanto nelle successive fasi di aggiornamento ed attuazione, nell’ambito di una articolata struttura operativa, coinvolgente Stato, Regioni ed enti locali, finalizzata al successo della pianificazione di emergenza stessa.
 
Sarebbe dunque il caso di verificare il funzionamento di tutta la catena integrata di intervento in caso di incidente rilevante, con particolare attenzione all’informazione della popolazione. Pur riconoscendo la sovrapposizione di competenze, ci sembra che soprattutto i Comuni dovrebbero peritarsi di adempiere a tale responsabilità, senza piangere la condizione di anello debole della catena.
 
Gli enti locali ci sembrano però lontani da una autentica presa in carico della situazione. Esemplare la dichiarazione di chi ha inteso da subito rassicurare i cittadini affermando: “Niente a che vedere con i termovalorizzatori di Colleferro”. Si alludeva all’idea, che circolava tra i cittadini, che l’incendio riguardasse gli inceneritori, dove peraltro in passato com’è noto si è bruciata ogni sorta di materiale.
 
Gli effetti sulla salute dei cittadini dei fattori inquinanti dipendono quindi da una storia, dalla emissione continua di sostanze inquinanti, da episodi di emissione aggravata, dall’accumulo delle sostanze sulla superficie e negli strati profondi del terreno, nelle acque superficiali e profonde, nelle piante, negli animali, nella catena alimentare, negli stessi esseri umani. Diversi rapporti, anche molto recenti, descrivono gli effetti di questo intreccio di processi ed avvenimenti. Ad esempio il rapporto ERAS, redatto dal Dipartimento Epidemiologico della Regione Lazio, in collaborazione con Arpa Lazio e richiesto, relativo allo stato di salute dei residenti nelle vicinanze di impianti di trattamento rifiuti come discariche e inceneritori.
 
Nessun intervento su questo territorio può essere deciso senza prendere in considerazione lo stato di degrado che lo caratterizza, si tratti di insediamenti residenziali, logistici o industriali, di mobilità e trasporti. Di fronte ad una gestione che tende prima ad isolare ogni episodio e fattore di rischio dal suo contesto e dalla sua storia, e a minimizzare e tranquillizzare, riteniamo necessario prendere coscienza di una situazione di emergenza e della necessità di comportamenti adeguati a partire dalle istituzioni fino alla cittadinanza attiva. I cittadini non possono essere tenuti all’oscuro dei rischi che corrono, di quanto potrebbe riguardare la propria incolumità e la propria salute. É necessaria un’opera profonda, continua e diffusa di informazione, un’opera di educazione a conoscere e a capire, a riconoscere e ricercare l’informazione corretta. É necessario divulgare una mappa completa dei fattori di rischio presenti sul nostro territorio; una mappa dello stato di salute di quanti abitano questo territorio. Tutto ciò potrà sortire effetti solo con la partecipazione diretta, organizzata e consapevole dei cittadini.
 
Per quanto riguarda le conseguenze ambientali dell’incendio sinora verificate da Arpa Lazio, in attesa dei dati dei campionatori per valutare le ricadute sui terreni, si evince che le emissioni, pur alterando profondamente in area vasta la qualità dell’aria della giornata in corso, non siano particolarmente preoccupanti: risultano assai inferiori a quelle riscontrate nelle condizioni meteoclimatiche dei periodi dell’anno in cui l’aria ristagna, si producono fenomeni di inversione termica e la Valle del Sacco diventa una camera a gas. Non comprendiamo, però, perché il dato sulle diossine e PCB rilevate a San Bartolomeo sia stato pubblicato solo in relazione alle medie di campionamento in un arco di nove giorni, non consentendo la valutazione precisa del giorno dell’incendio.
 
Non comprendiamo, soprattutto, perché la Valle del Sacco debba essere gravata da un numero spropositato di impianti relativi al ciclo dei rifiuti. In particolare, chiediamo che il superfluo impianto di CDR di Castellaccio, considerata l’autosufficienza del ciclo provinciale dei rifiuti del Frusinate peraltro incentrata sull’incenerimento e sull’utilizzo di discariche, dopo oltre un decennio di turbamento dell’esistenza della popolosa contrada di San Bartolomeo, e dopo questa ulteriore prova di inefficienza, sia definitivamente eliminato dalle future pianificazioni regionali del ciclo dei rifiuti.
 

Valle del Sacco, 14 luglio 2013

CLICCA QUI per scaricare la relazione dell'ARPA LAZIO
 

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