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Provincia di Frosinone

Valle del Sacco, nuova sorveglianza epidemiologica e presidio Ambiente e Salute.


Comunicato Stampa Retuvasa
Valle del Sacco, il nuovo programma di sorveglianza epidemiologica sconfessa le dichiarazioni del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin.



 
Le dichiarazioni del Ministro Beatrice Lorenzin sullo stato di salute della Valle del Sacco, sono state a dir poco infelici, purtroppo avallate dal direttore della ASL di Frosinone, Dott. Pizzutelli, con discutibili considerazioni di ordine epidemiologico e statistico che richiedono di essere puntualizzate per collocare i dati e le fonti nel giusto contesto. Nel frattempo pronte le repliche di alcuni parlamentari, sindaci del territorio, del Coordinamento Interprovinciale Ambiente e Salute, di rilievo e soprattutto d’obbligo quelle dei Medici di Famiglia per l’Ambiente della Provincia di Frosinone.
 
Questo nostro intervento non può supplire ad una esigenza da sempre disattesa, una capillare informazione dei cittadini della Valle del Sacco sulle condizioni sanitarie del territorio a partire dagli effetti della contaminazione. Una efficace azione preventiva sull’insorgere delle diverse patologie richiede un adeguata struttura sanitaria in grado di veicolare l’informazione e coinvolgere attivamente i cittadini.
 
Esiste abbondante letteratura sugli effetti degli inquinanti presenti nelle matrici ambientali del nostro territorio, aria, acqua e su
olo, indagini come il rapporto ERAS, lo studio SENTIERI, gli studi epidemiologici per il Betaesaclorocicloesano e i sottostudi localizzati e/o differenziati come quello dei tumori infantili. Tuttavia il Ministro e il Direttore hanno affermato che il nostro territorio gode di ottima salute o meglio rientra nella “normalità” statistica con riferimento a rapporti epidemiologici del DEP Lazio.
 
A prescindere dalla mancata presa in considerazione dell’insieme dei dati e delle ricerche che da anni illustrano i rischi che corre la salute pubblica, la nostra salute, dobbiamo evidenziare l’uso scorretto di quelle informazioni. Riteniamo pertanto sia necessario disaggregare i dati, riferirli ad aree con specifiche condizioni ambientali e sociali.
 
Sulla nostra tesi ci viene in aiuto la Deliberazione regionale del 9 maggio 2017, n. 228
Realizzazione di un Presidio Salute e Ambiente (PresSA) presso l'Ospedale di Anagni (FR) ed approvazione del "Programma di valutazione epidemiologica", relativamente ai requisiti tecnici, della popolazione residente nel Sito di Interesse Nazionale (S.I.N.) Valle 
del Sacco - D.M. n. 321/2016.”.
 
A dirla tutta il PresSA viene inserito in testa alla delibera, in verità l’essenza dell’atto è riferito alla valutazione epidemiologica. Ciò è evidente anche dagli impegnativi di spesa, 960.000 euro per la sorveglianza sanitaria, 136.000 euro per il PresSA. (Sull’origine dei fondi vedi la nota a fine comunicato [*], sul PresSA le nostre valutazioni a fine comunicato)
 
Il progetto epidemiologico a nostro parere è innovativo e inclusivo di tutto il territorio lungo l’asta fluviale per un totale di 19 Comuni, a differenza del passato in cui venivano a mancare i riscontri sanitaria nei Comuni più a sud.
 
Le attività previste sono molto interessanti e vanno dal bio-monitoraggio per 1.200 persone per l’incidenza del Betaesaclorocicloesano, allo studio epidemiologico per gli effetti da inquinamento atmosferico, allo studio epidemiologico sugli effetti sulla salute attraverso consumo di acque e alimenti, all’acquisizione dei dati a disposizione di ASL e ARPA delle acque per contaminanti quali pesticidi e metalli pesanti.
Nel progetto si afferma: Le condizioni di salute, espresse in termini di tassi standardizzati di mortalità, prevalenza ed incidenza saranno valutate secondo i diversi livelli di disaggregazione territoriale ASL, Distretti e Comuni”.
 
E prosegue con: “Gli esiti sanitari (in primis mortalità, malattie cardiovascolari e respiratorie) potranno essere studiati in relazione all’esposizione alla residenza. Verrà ricostruita la storia residenziale e ogni indirizzo di residenza verrà georeferenziato”
 
Georeferenziare, cioè riferire la rilevazione del dato alla sua puntuale collocazione sulla mappa del territorio.
Quindi per avere un quadro corretto si deve georeferenziare e disaggregare, non generalizzare.
 
Questo impegno regionale, con queste dinamiche, mette in dubbio quanto reso pubblicamente dal Ministro della Salute e dal Dott. Pizzutelli, a meno che i due non vogliano sconfessare la Regione Lazio per quanto a livello di controlli sanitari sul territorio sta mettendo in campo.
 
Tornando infine al PresSA esso è configurabile come una compensazione al Comune di Anagni in rivolta da tempo per il ripristino dell’Ospedale, che non risolve il problema della drastica riduzione della presenza di strutture sanitarie adeguate sul territorio.
Rileviamo tuttavia un aspetto positivo, il coinvolgimento di tutti gli interlocutori locali: le ASL, i medici di base e pediatria di libera scelta, i Comuni, le Associazioni.
 
Uno sportello di ascolto e di informazione per la popolazione sui temi e rischi ambientali ha però senso ed è funzionale solo come dispositivo interno ad una azione sistematica di prevenzione e cura, di informazione e mobilitazione della popolazione entro il contesto di una infrastruttura sanitaria adeguata. Il tutto tanto più necessario quanto più si concretizzeranno gli interventi di caratterizzazione e bonifica delle aree contaminate iscritte nel perimetro di Sito di Interesse Nazionale.
 
Allo stato attuale non ci troviamo affatto in questa situazione, quindi buoni gli studi epidemiologici sul territorio, inadeguata al momento la semplice creazione del PresSA alle esigenze di controllo sanitario del territorio.
 
  
Valle del Sacco, 25.05.2017
 
------------------------------

[*]
Fondi prelevati dal capitolo di spesa E32525 nell’ultimo bilancio di previsione regionale denominato “Bonifica dei Terreni Inquinati nella Valle del Sacco”, su un totale nel biennio 2017-2019 di 16,5 milioni di euro.
 
Da tenere presente che per la bonifica della Valle del Sacco al momento, oltre a questi fondi regionali, sono a disposizione 10.701.885,94 euro nella contabilità speciale avanzata dalla precedente gestione di bonifica commissariale (fondi spostati dalla contabilità speciale nel capitolo E32109 – Utilizzazione dell’assegnazione delle somme in contabilità speciale per gli interventi cui all’ex-emergenza della Valle del fiume Sacco, vincolati per le attività programmate tipo le MISE e la bonifica di Arpa2 su Colleferro) e ulteriori 10 milioni di euro stanziati dal Ministero dell’Ambiente per il biennio 2016-2017 ancora non utilizzati.
Un totale di circa 37 milioni di euro, cifra insufficiente, ma considerevole come approccio al nuovo SIN.

 
 

Anagni, dubbi sulla produzione di ceramiche Saxa Gres contenenti ceneri derivanti dalla combustione di rifiuti

 
Comunicato Stampa Retuvasa
 
Produzione di ceramiche contenenti ceneri derivanti dalla combustione di rifiuti, ad Anagni:
non pochi legittimi dubbi

 

Com’è noto, la Società SAXA GRES srl ha acquistato, tramite procedura concordataria con il Tribunale di Frosinone, investendo circa 15 milioni di euro, lo stabilimento ex Area Industrie Ceramiche (ex Marazzi), sito nella zona industriale di Anagni, per riavviare la produzione di materiali ceramici. Stavolta però si utilizzerebbero nella produzione anche le ceneri e le scorie derivanti dai processi di combustione di rifiuti solidi urbani (RSU) e assimilati.

Quando si è appresa tale notizia, è sorto spontaneo un dubbio, che ci sembra legittimo: quale strategia di mercato può aver portato una società ad investire una somma così ingente per riattivare una produzione che aveva portato al fallimento delle precedenti Società, che pur non utilizzavano rifiuti da miscelare nel prodotto finito?

Prima di avanzare ulteriori dubbi, è necessario descrivere sinteticamente i contorni tecnici della questione.

I rifiuti che SAXA GRES intende inserire negli impasti di argilla utilizzati per la produzione di gres porcellanato, sono sostanzialmente di due tipi: 1. ceneri leggere; 2. ceneri pesanti e scorie.

Le ceneri leggere. Questo rifiuto può essere classificato sia come pericoloso, che come non pericoloso, a seconda che contenga o meno sostanze pericolose. Il codice identificativo (CER) riportato nel catalogo europeo (Decisione della Commissione 2000/532/CE del 3 maggio
2000), recepito nell’Allegato D alla Parte IVa del D.lgs. 152/2006, è infatti un cosiddetto CER “a specchio”, che appunto prevede la possibilità di classificare il rifiuto sia come non pericoloso - con CER 19 01 14, “ceneri leggere, diverse da quelle di cui alla voce 19 01 13” - che come pericoloso - con CER 19 01 13*, “ceneri leggere, contenenti sostanze pericolose” (nel catalogo europeo i rifiuti pericolosi sono caratterizzati dalla presenza dell’asterisco alla fine della terza doppietta di cifre).

Le ceneri pesanti e scorie. Anche questo rifiuto può essere classificato sia come pericoloso che come non pericoloso, con codice CER “a specchio”: CER 19 01 12, “ceneri pesanti e scorie, diverse da quelle di cui alla voce 19 01 11”; CER 19 01 11*, “ceneri pesanti e scorie, contenenti sostanze pericolose”.

Per derivazione e composizione, è dunque evidente che i rifiuti in questione sono tutt’altro che esenti da possibili rischi per la salute e per la salvaguardia dell’ambiente, dato che possono contenere sostanze pericolose.

Per classificare correttamente tali tipologie di rifiuto occorrerebbe un’attenta verifica analitica, per appurare appunto la presenza o meno di eventuali componenti pericolosi; le procedure analitiche da attuare sono descritte nella richiamata Decisione 2000/532/CE.

Le verifiche da effettuare, se correttamente ed esaustivamente svolte, sono molto onerose, per cui è avvenuto più volte, in diversi contesti, che qualche laboratorio “compiacente”, restringendo il campo di analisi, abbia “aiutato” le aziende a classificare tali rifiuti come non pericolosi, consentendo così uno smaltimento notevolmente vantaggioso in termini economici, a discapito della tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

Ma c’è di più. Le operazioni di “recupero” delle ceneri derivanti dagli inceneritori di RSU sono consentite solamente per le ceneri pesanti qualora classificate come non pericolose (CER 19 01 12) e comunque possono essere effettuate solamente nel rispetto di specifiche condizioni normative.

Nel caso in esame, le procedure attuabili per il recupero di rifiuti non pericolosi sono indicate nel DM 05/02/1998, decreto dedicato in particolare alle specifiche per il recupero di rifiuti non pericolosi in procedura semplificata (ex art. 216 D.lgs. 152/2006), che però rappresenta comunque la norma tecnica di riferimento.

La tipologia di rifiuto non pericoloso, “recuperabile” ai sensi del citato decreto, è dunque rappresentata dalle “ceneri pesanti” CER 19 01 12, come riportato nel punto 13.3.3 dell’Allegato 1 – Suballegato 1. La norma prevede che, in caso sia stata adeguatamente caratterizzata come non pericolosa, una cenere pesante può essere recuperata solamente dai cementifici, mentre non sono contemplate le industrie di prodotti ceramici.

Nel caso di ceneri classificate come pericolose, siano esse pesanti o leggere, la norma di riferimento, il DM 161/2002, non contempla la possibilità di alcuna operazione di recupero.

Le procedure operative di recupero che intende attuare SAXA GRES non trovano quindi applicazione nella norma, ma nonostante ciò - e nonostante la prima “bocciatura” del progetto nel contesto del procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) presso la Regione Lazio, proprio per le motivazioni sopra esposte - la Regione Lazio ha deciso comunque di percorrere la via sperimentale, emanando la Determinazione n. G13381 del 14/11/2016 (del Direttore della Direzione Regionale Governo Ciclo dei Rifiuti, Arch. Demetrio Carini) ad oggetto: “Pronuncia di Valutazione di Impatto Ambientale ai sensi dell'art. 23 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. progetto Impianto per la produzione di ceramiche con recupero di scorie da termovalorizzazione di RSU presso l'esistente impianto sito in località Selciatella, Anagni, Proponente SAXA GRES srl . Registro elenco progetti n. 54/2014. Modifica in autotutela della determinazione G08462 del 22/7/2016”.

Occorre rilevare che nel sito della Regione Lazio non è reperibile la determinazione G08462 del 22/07/2016, con cui l’Area VIA si esprimeva in merito all’attività presentata da SAXA GRES. È invece reperibile la determinazione G13381 del 14/11/2016, del medesimo Direttore, nel cui dispositivo si legge: “DETERMINA - Per quanto riportato in premessa che integralmente si richiama: di dichiarare concluso negativamente il procedimento per il rilascio della Autorizzazione Integrata Ambientale ex art. 29 ter del D.lgs. 152/2006 di cui all’istanza della SAXA GRES srl P.IVA e C.F. 02806440604 con sede legale ed operativa in loc. Selciatella snc in comune di Anagni (FR), per l’esercizio di una attività di recupero di scorie da termovalorizzatore di rifiuti urbani nell’ambito della produzione di ceramiche.”

Ricapitoliamo. In prima istanza il procedimento di autorizzazione ambientale si conclude in maniera negativa. Poi il progetto, con qualche integrazione, rientra sorprendentemente in pista, bypassando il divieto della normativa attraverso una fase sperimentale monitorata da un’Università.
 
Delineato il quadro tecnico-amministrativo, si possono finalmente riprendere i leciti dubbi lasciati in sospeso, che implicano a loro volta ulteriori domande.

Perché un impianto che dovrebbe produrre dei materiali ceramici di dubbia qualità, in quanto miscelati con rifiuti (anche pericolosi), dovrebbe avere un mercato migliore di un impianto che produceva prodotti ceramici di qualità (o quantomeno non contenenti rifiuti pericolosi), che però è fallito?

Il nuovo prodotto sarà tracciabile con adeguata evidenza, cioè il cittadino che per sua scelta decidesse di acquistare materiale ceramico proveniente da SAXA GRES, sarà adeguatamente informato che tale prodotto contiene rifiuti (anche pericolosi)?

Supponiamo che la composizione del prodotto sia corretta e trasparente. Quale cittadino sano di mente comprerebbe, magari per “piastrellare” il bagno, un prodotto contenente rifiuti pericolosi, anche se venisse proposto a costi notevolmente inferiori a quelli del prodotto “pulito”?

Perché, se la norma non contempla la possibilità di “recuperare” le ceneri e le scorie, soprattutto se pericolose, la Regione Lazio “si lancia” in un’improbabile sperimentazione?

A fronte di tutto ciò, quali benefici effettivi apporterebbe tale produzione alla popolazione della Ciociaria, in particolare di quella che risiede nell’alta Valle del Sacco?

Quanti posti di lavoro durevoli può portare un’azienda del genere?

Non sarà piuttosto che, non potendovi essere un fondato rientro economico assicurato dalla produzione di materiali ceramici, qualcuno è interessato esclusivamente allo smaltimento di ceneri e scorie, anche e soprattutto pericolose, provenienti dagli inceneritori di rifiuti solidi urbani, sparsi in tutta Italia?

Vuoi vedere, allora, che si sta per realizzare, per via traverse, l’ennesima discarica, a martoriare un ambiente e una cittadinanza che da anni continua a subire abusi indiscriminati a causa di scelte strategiche di pianificazione territoriale vantaggiose solo per una ristretta cerchia di beneficiari?

Non è superfluo infine rammentare che un’analoga attività di recupero di rifiuti era già stata attivata nel Comune di San Vittore del Lazio dalla Società LATERMUSTO, che alla fine degli anni ’90 mescolava rifiuti pericolosi nelle argille per produrre mattonelle. La Società, nel fallire, ha lasciato depositate in maniera incontrollata diverse tonnellate di materiale argilloso contaminato, provocando un vero e proprio disastro ambientale, con grave inquinamento di sostanze cancerogene nei terreni e nelle acque di falda, a tutt’oggi persistente.

Anagni, 17.12.16
 

Valle del Sacco: perimetrazione del SIN completata dagli enti, ora tocca ai privati


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

Valle del Sacco: perimetrazione del SIN completata dagli enti, ora tocca ai privati
 
 
Non superfluo ricapitolare in estrema sintesi il complesso iter della vicenda (per maggiori dettagli, cfr. F. Bearzi - A. Valleriani, SIN “Bacino del Fiume Sacco”: opportunità e rischi, tra controversa riclassificazione e farraginosa perimetrazione, «Gazzetta Ambiente» XXI-2, 2015, pp. 23-28, www.retuvasa.org/comunicato-stampa/gazzetta-ambiente-n-22015-focus-sulla-valle-del-sacco; più in generale il nostro sito, www.retuvasa.org).
 
Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 19.05.05, a seguito del rilevamento in un campione di latte proveniente da un’azienda bovina, situata nel Comune di Gavignano, di concentrazioni di betaesaclorocicloesano (beta-HCH) superiori al limite consentito dalla normativa comunitaria, dichiarava lo stato di emergenza socio-economico-ambientale nella Valle del Sacco. Il sottoprodotto del lindano, interrato nella zona industriale di Colleferro tra gli anni Settanta e Ottanta, in un’area per cui la Regione Lazio aveva pianificato la bonifica già a metà degli anni Novanta, mai effettivamente iniziata, era infine confluito nel fiume Sacco, contaminando il sedimento fluviale e la fascia ripariale, per circa 60 km, in buona parte afferenti al Frusinate.
 
Originariamente si includeva nell’area emergenziale, affidata alle competenze di un apposito Ufficio Commissariale per l’Emergenza della Valle del Sacco (UCE), la fascia ripariale del territorio dei Comuni di Colleferro, Segni e Gavignano (RM) e di Paliano, Anagni, Ferentino, Sgurgola, Morolo e Supino (FR). A partire dal 31.10.10, le competenze dell’UCE si estendevano alle aree agricole-ripariali dei Comuni di Frosinone, Patrica, Ceccano, Pofi, Castro dei Volsci, Ceprano e Falvaterra, sino alla confluenza del Sacco con il Liri. Lo stato di emergenza veniva prorogato con 7 successivi DPCM, fino al 31.10.12. 
 
Si produceva peraltro una curiosa sovrapposizione di competenze.
Da una parte l’area emergenziale, per cui erano attribuite ad apposito UCE, in via esclusiva, le competenze in relazione alla grave e accertata presenza di fitofarmaci organoclorurati nella catena alimentare.
Dall’altra, il SIN “Bacino del fiume Sacco”, perimetrato dal MATTM con DM 31.01.2008, comprendente un’area vastissima del bacino imbrifero del Sacco, da Valmontone (RM) sino al sud del Frusinate, escludente però i 9 Comuni originari di competenza dell’UCE.
 
Nonostante l’inaccettabile dilatazione dei tempi, richiesta soprattutto dalla difficoltà di coordinare i vari enti coinvolti, si può considerare positivamente l’attività dell’UCE di caratterizzazione e di parziale messa in sicurezza della fonte della contaminazione, realizzata da tecnici di elevata competenza, che però è stata ulteriormente ritardata dall’interruzione dell’attività dell’ente imposta alla fine del 2012.
Per quanto riguarda l’obiettivo ultimo della risoluzione dell’emergenza, ovvero la bonifica delle aree ripariali del fiume Sacco, a storica vocazione agro-zootecnica, si può dire che, nonostante l’interesse delle attività sperimentali condotte, esso sia stato finora completamente disatteso.
Se i risultati ottenuti nell’area di competenza dell’UCE possono dunque ritenersi nel complesso insoddisfacenti e soprattutto non tali da consentire la prematura conclusione delle sue attività, ancora più sconfortanti sono stati quelli relativi all’area di competenza ministeriale.
 
Un effetto esiziale sulla continuità delle azioni di bonifica è stato poi esercitato dalla contemporanea (2012) azione normativa del MATTM, volta alla ridefinizione dei parametri istitutivi dei SIN, che ha comportato la declassificazione, tra gli altri, di quello della Valle del Sacco (11.01.13), con conseguente trasferimento della competenza alla Regione.
Contro tale provvedimento ricorreva la Regione Lazio, con la nostra associazione ad adiuvandum. Con Sentenza n. 7586 del 20.03.14, esecutiva il 17.07.14, il TAR del Lazio riconosceva le ragioni dei ricorrenti. Si potevano così finalmente riprendere le attività volte alla bonifica.
 
La rinnovata titolarità del MATTM sul SIN, comprendente, lo ricordiamo, l’intero bacino imbrifero del fiume Sacco, ha riproposto l’esigenza di un’adeguata perimetrazione delle aree oggetto di bonifica, che, considerata anche la sostanziale inefficienza delle precedenti attività dell’ente in convenzione con Arpa e Regione Lazio, si traduceva in un ripartire quasi da zero. Tale situazione, evidentemente paradossale, presentava d’altra parte ovvie opportunità.
 
La nuova perimetrazione del sito può consentire infatti, grazie a un’azione ministeriale ben più energica della pregressa, nonostante risorse umane e finanziarie assai limitate, la bonifica non solo del territorio inquinato da beta-HCH, ma anche di numerose aree industriali molto estese, interessate da molteplici contaminazioni negli scorsi decenni. Un territorio di straordinaria complessità, la cui gestione, altrettanto complessa, richiederà risorse, pianificazione e organizzazione adeguate per avviare il suo strutturale risanamento.
 
C’è voluto oltre un anno per giungere a questa prima conclusione, che va senza dubbio salutata con soddisfazione. Un tempo così lungo è giustificato non solo dalla necessità di delimitare tante diverse situazioni rispetto ai territori circostanti non contaminati, ma anche dalla difficoltà a coordinare tra loro tutte le istituzioni coinvolte - Comuni, Province, Regione, Ministero, organi di ricerca, controllo e preposti alla tutela della salute pubblica - in assenza di strumenti e metodologie consolidate necessarie a condividere le conoscenze e le corrette informazioni, nonché per garantire la comunicazione in tempi rapidi e realizzare una pianificazione efficace dei lavori.
 
In sintesi, si può rilevare ancora, come in passato, la mancanza della centralizzazione e della effettiva condivisione di tutte le informazioni relative al SIN, per consentire a ogni livello istituzionale di fare fronte ai propri compiti e rendere i cittadini consapevoli di una realtà che ne influenza gravemente salute e qualità della vita, dunque capaci di intervenire sulle decisioni.
 
Il percorso non è però ancora concluso. La parte pubblica ha chiuso sulla perimetrazione, ora questa deve essere sottoposta, a carico delle amministrazioni comunali, a tutti i privati le cui proprietà catastali rientrino entro quei confini. Si intuisce che questa operazione non sarà priva di complicazioni. Peraltro, su nostra sollecitazione la Regione si farà carico di convocare una riunione con le amministrazioni per condividere le modalità operative per condurla in porto.
 
Solo dopo la conclusione di quest’ultima fase verrà emesso il decreto che sancirà la nascita del nuovo SIN. La sua complessità richiederà di stabilire diversi tavoli di lavoro per affrontare le specificità delle diverse aree, necessità già rilevata durante l’ultima conferenza. Tutti sono perfettamente consapevoli del fatto che le risorse messe a disposizione sono assolutamente inadeguate per realizzare il risanamento di tutti i siti contaminati.
 
Durante questi lunghi mesi di lavoro è stato del tutto evidente come soprattutto le associazioni - Retuvasa in particolare - conservino memoria ragionata di tutto il percorso amministrativo pregresso, nonché pieno possesso del relativo quadro di informazioni, a fronte dell’inadeguatezza di non poche amministrazioni.
 
Se è positivo il risultato raggiunto con la nuova perimetrazione, è necessario chiudere velocemente l’ultima fase per arrivare al decreto istitutivo del SIN. Ancor di più è necessario costruire mobilitazione e organizzazione dei cittadini e delle amministrazioni locali, sulla base di una piena condivisione di informazioni e conoscenze. É l’unica condizione per affrontare un percorso che si prospetta sicuramente difficile, anche perché il risanamento dei siti inquinati non vede una grande mobilitazione di risorse economiche ed organizzative da parte delle istituzioni.
 
A breve, in un apposito e distinto comunicato, ci soffermeremo sulla questione delle risorse economiche già disponibili e reperibili per la bonifica e sulle azioni prioritarie a nostro avviso da intraprendere.

 
Valle del Sacco, 19.12.15
 

Provincia di Frosinone, inchiesta sulle Autorizzazioni Integrate Ambientali.


COMUNICATO STAMPA
Rete per la Tutela della Valle del Sacco (retuvasa)

Inchiesta sulle AIA rilasciate dalla Provincia di Frosinone.
 

 
E' inquietante, e al di là dei nostri stessi fondati timori e dei nostri stessi fondati sospetti, il quadro che emerge dalla stampa relativamente all’ “inchiesta sulle Autorizzazioni Integrate Ambientali” rilasciate dalla Provincia di Frosinone.
L’indagine del Nucleo
 Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale, coordinata dalla Procura di Frosinone, sembra mettere a nudo un vero e proprio sistema, volto ad agevolare il rilascio delle AIA alle aziende in cambio di favori e posti di lavoro, con sconcertanti violazioni delle procedure amministrative, in particolare nell’affidamento di consulenze “double face” a tecnici a libro paga delle aziende.
 
Al riguardo dobbiamo ricordare quanto comunicammo alla stampa tempo fa, in occasione delle dichiarazioni di Confindustria Frosinone circa i ritardi nel rilascio delle AIA da parte della Provincia e il volume delle prescrizioni da parte degli enti preposti. Osservammo che le farraginosità e le pastoie burocratiche erano inutili, ma che non si poteva certo giocare sulla pelle della gente e dei lavoratori pensando di poter velocizzare oltre misura procedure autorizzative complesse, richiedenti ragionevoli tempi tecnici e valutazioni attente e serene da parte degli organi di controllo.

 

Chiediamo a Confindustria Frosinone di prendere una chiara posizione contro le aziende, tutto sommato con ogni probabilità una minoranza, che screditano l’intera categoria. E le suggeriamo di diffondere presso le aziende un codice deontologico a misura delle storiche specificità provinciali. Ciò non toglie, ovviamente, che le responsabilità più gravi che sembrano emergere dalle indagini si ravvisino soprattutto sul fronte politico e amministrativo.
 
Non possiamo che plaudire con grande soddisfazione all’ennesimo grande operato sul fronte ambientale della Forestale. In quest’ultimo anno la mole di lavoro e i risultati sono davvero straordinari. Estendiamo l’apprezzamento anche alla Procura di Frosinone, non potendo però dimenticare che, a prescindere dalla sempre valida presunzione di innocenza per i reati in causa, importanti inchieste ambientali degli ultimi anni sono in seguito sfumate per prescrizione o archiviazione. Confidiamo che in questo caso le cose andranno in maniera diversa.

 

Francesco Bearzi – Coordinatore Frosinone
Alberto Valleriani – Presidente

 
Valle del Sacco, 13.06.15
 

Colleferro, seminario bonifica Valle del Sacco - 18 aprile 2015


Comunicato Stampa Rete per la Tutela della Valle del Sacco
 
Seminario sulle attività di bonifica nelle aree inquinate del
Sito di Interesse Nazionale (SIN) “Bacino del fiume Sacco”
 
Sabato 18 Aprile - ore 15,00
Sala Ludus - Via Leonardo Da Vinci – retro chiesa S. Barbara
Colleferro (Rm)

 
Il 18 aprile 2015 l’associazione Rete per la tutela della Valle del Sacco (Retuvasa) promuove un seminario sul Sito di interesse nazionale (SIN) "Valle del Sacco".
Il seminario mira a colmare un deficit di informazione sul SIN capace di rendere conto dei fatti accaduti, di fornire un quadro unitario ed esauriente della situazione presente e a dare indicazioni sugli sviluppi futuri del sito in questione.
 
Alcuni autorevoli ospiti ci aiuteranno in questo percorso mediante l'approfondimento degli aspetti più rilevanti della storia e della gestione del SIN.
 
Siamo ad un passaggio cruciale poiché non vediamo le istituzioni di governo centrale esercitare un’azione efficace di coordinamento, pianificazione e sintesi da cui possa emergere la spinta a mobilitare le istituzioni locali e le reti associative. Ciò non ostante associazioni e istituzioni locali, sollecitate dalla riapertura del percorso di definizione SIN, hanno espresso a più riprese la volontà e l’interesse a ricostruire la storia dei propri territori, realizzando una mappa degli episodi di contaminazione. Tutti stiamo imparando a distinguere ciò che ricade entro la normativa che regola i SIN e ciò che richiederà invece ulteriori interventi regolati da dispositivi normativi di altro tipo.
La volontà di collaborare deve essere valorizzata ed il primo nodo da affrontare è quello dello stato dell’arte degli interventi sul SIN, sciolto il quale si può entrare nel merito degli sviluppi possibili.
 
L'incontro seminariale vuole mettere in condivisione conoscenza, strumenti e metodi di lavoro, ponendo le basi di una collaborazione fattiva e strutturata tra istituzioni, enti e cittadinanza attiva. 

 
 
Info:   
Rete per la Tutela della Valle del Sacco (retuvasa) - Tel.: 3356545313
           
mail: retuvasa@gmail.com - PEC: retuvasa@pec.it 
           
web: www.retuvasa.org

  
Programma
 
Alberto VallerianiRete per la Tutela della Valle del Sacco (retuvasa)
Il percorso amministrativo del Sito di Interesse Nazionale “Bacino del Fiume Sacco”.
 
Prof. Paolo Viotti - Dipartimento di Ingegneria Civile ed Ambientale - Univ. La Sapienza di Roma
L'intervento nell'area denominata"ARPA1".
 
Ing. Fabio Ermolli – Arpa Lazio Sezione Provinciale di Roma - Servizio suolo, rifiuti e bonifiche
Attività di caratterizzazione nelle aree del Comprensorio Industriale di Colleferro.
 
Dott. Francesco Blasetti - Dipartimento Igiene Pubblica Ambientale sede di Colleferro
La sorveglianza sanitaria nella popolazione della Valle del Sacco.
 
Dott.ssa Sara Taviani – Idrogeologa
Struttura delle falde acquifere e rischi di contaminazione.
 
 
 
Valle del Sacco, 14 aprile 2015

CLICCA QUI per scaricare comunicato, invito ai Sindaci, locandina
 

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