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Valle del Sacco

Processo Inceneritori Colleferro, la morte della giustizia.


Comunicato Stampa Congiunto

"I gravi fatti dell'inceneritore di Colleferro cancellati con un colpo di spugna: la morte della giustizia”


 
Nel marzo 2009 ebbe grande clamore la notizia dell'arresto dei dirigenti del Consorzio che gestiva l'inceneritore di Colleferro e di alcuni dirigenti dell'AMA, arresto scaturito da indagini che avevano evidenziato come all'interno dell'inceneritore venisse bruciato di tutto, tranne il CDR, unico rifiuto che avrebbe dovuto essere conferito al suo interno.

Per non far scoprire l'illegale traffico di rifiuti, i dirigenti usavano il “pugno di ferro” nei confronti dei dipendenti ed erano arrivati, assieme agli operatori di sistema, a manomettere gli strumenti di rilevazione e monitoraggio in continuo delle emissioni, penetrando nel sistema, cancellando i valori che superavano le soglie di contaminazione e sostituendoli con valori falsi.

Le associazioni ambientaliste radicate nel territorio speravano in una giustizia celere, che accertasse le responsabilità ed applicasse pene severe, attesa la pericolosità sociale dei comportamenti posti in essere dagli imputati.

Tale speranza è stata definitivamente infranta, andandosi a scontrare con una pronuncia di prescrizione anche degli ultimi due capi di imputazione che avevano resistito fino a quel momento: i capi di imputazione che riguardavano la manomissione dei sistemi di monitoraggio in continuo e la cancellazione dei relativi dati.

La cosa grave è che questo processo non ha mai visto una pronuncia nel merito, rimanendo incagliato nella fase di udienza preliminare per ben 7 anni.
Ma procediamo con ordine.

Il PM titolare dell'indagine iscritta al nr. 2574/2008 NR presentava la richiesta di rinvio a giudizio al Tribunale di Velletri.
All'inizio del 2011 (dunque dopo 4 anni di indagini) aveva inizio l'udienza preliminare, durante la quale veniva anche eccepita l'incompetenza territoriale, eccezione rigettata dal GUP dott. A. Morgigni.

Dopo ben due anni e una ventina di udienze, cambi di giudici, problemi di notifica, problemi di trascrizioni delle intercettazioni, ed altri ostruzionismi vari, a fine 2013, veniva disposto il giudizio.

Il 04.03.2014, dunque a distanza di ben 6 anni dall'inizio delle indagini cominciava il dibattimento dinanzi al Tribunale di Velletri in composizione collegiale, pres. Monastero, cui subentrava dopo due udienze, il Giudice Roberti. Solo dopo un anno di rinvii, ed esattamente all'udienza del 23.03.2015, il Tribunale di Velletri dichiarava la nullità degli atti del processo, dovendo il Tribunale di Roma decidere la fase dell'udienza preliminare in luogo del Tribunale di Velletri.

Dunque a marzo 2015, dopo 7 anni di processo, ci si rendeva conto che una fase processuale, quella dell'udienza preliminare durata ben due anni, avrebbe dovuto svolgersi dinanzi ad un diverso Tribunale.

Se si considera che i reati puniti con una pena massima inferiore ai 6 anni si prescrivono in 7 anni e mezzo e che molti dei 14 capi di imputazione erano puniti con una pena inferiore ai sei anni, il provvedimento del Tribunale di Velletri equivaleva già allora e di per sé ad una declaratoria di fallimento della Giustizia.

Non solo.

La trasmissione del fascicolo dal Tribunale di Velletri a quello di Roma era così complicata e laboriosa che solo dopo un anno e mezzo e precisamente in data 12.10.2016, si teneva la prima udienza preliminare dinanzi al GUP Fattori del Tribunale di Roma, il quale il 13.02.2017 escludeva tutte le parti civili dal processo.

La fase dell'udienza preliminare terminava nel 2017, veniva disposto il giudizio per soli due capi di imputazione e dopo un altro anno e mezzo di laboriosa trasmissione del fascicolo da Roma a Velletri, all'udienza del 04.10.2018, il Tribunale di Velletri dichiarava l'estinzione definitiva del processo per intervenuta prescrizione anche dei capi di imputazione più gravi.

Ci sono volute circa 40 udienze per arrivare a questo risultato.

Lascia l'amaro in bocca dover constatare come fatti di una simile gravità per gli effetti sull'ambiente e sulla salute dei cittadini siano stati gestiti in maniera tale da non consentire la tutela delle parti offese e l'accertamento dei fatti.

Triste è il messaggio che passa con la storia di questo processo: gli inquinatori, con una simile gestione della Giustizia, non hanno nulla da temere.
I costi collettivi dell'inquinamento, dalle spese sanitarie alla malagiustizia, alle spese di bonifica li sostiene la collettività. 
Da noi chi inquina, non paga.
 
Colleferro, 15.10.2018

Firmato:
Retuvasa
UGI
Comitato Residenti Colleferro
 

Discarica Colleferro, con la nuova tariffa si riapre ai rifiuti.


Comunicato Stampa Retuvasa

Discarica Colle Fagiolara a Colleferro, la Regione Lazio con  la nuova tariffa di conferimento riapre all’arrivo dei rifiuti.


 
Con la determina della regione Lazio G12290 del 2 ottobre 2018 la Direzione Politiche Ambientali e Ciclo dei Rifiuti stabilisce la nuova tariffa di accesso alla discarica di Colle Fagiolara a Colleferro. C’è da segnalare che la visione della determina è improvvisamente scomparsa dal sito della Regione Lazio in attesa della pubblicazione sul BURL.

Con questo atto e da questo momento è possibile conferire nel sito nuovamente rifiuti derivanti dagli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB), previa rendicontazione sullo spostamento dell’elettrodotto. Quindi porte aperte per Rida Ambiente di Aprilia e per gli impianti di Rocca Cencia e Salario di Roma.

Lazio Ambiente SpA in qualità di attuale gestore indica, negli atti preparatori alla determina, che la discarica può riprendere la sua attività già  dall’8 ottobre con una capacità residuale di circa 510.000 tonnellate; chi manifesterà l’intenzione di portare rifiuti a Colleferro dovrà pagare 72,29 euro a tonnellata e 13,925 euro per la gestione post mortem con possibilità di incremento ISTAT, IVA, benefit o per meglio dire ristoro ambientale (attualmente al 5%). Ci sono da aggiungere 15 euro a tonnellata stabilite nel contratto di affitto con il Comune di Colleferro proprietario del sito.

La nostra diffida, protocollata a tutti gli enti interessati della Regione Lazio il 14 agosto scorso, a quanto pare non ha sortito effetto almeno nelle more dell’atto in questione. Nella stessa si davano indicazioni circostanziate sulla inottemperanza del sito di discarica a leggi regionali e nazionali con richieste specifiche di risoluzione prima di nuovi abbancamenti di rifiuti. Vedi ripristino della sopraelevazione, rischio stabilità, attulizzazione del post mortem e fondi per la sua gestione.

In particolare in assenza di una pianificazione,di un piano particolareggiato di gestione del posto mortem che ne sancisca formalmente e sostanzialmente la chiusura, a cui dal 1° gennaio 2020 ogni operazione viene finalizzata,ogni conferimento costituisce un atto illegittimo.
L’unica nota che viene rimarcata nell’Allegato alla determina e che la discarica in seguito ad accordi con il Comune di Colleferro, chiuderà l’attività di conferimento rifiuti il 31 dicembre 2019. Come nota aggiuntiva viene esplicitato che si potranno portare rifiuti non oltre le 140.000 tonnellate l’anno il che delimita in qualche modo il riempimento dello spazio liberato dall’elettrodotto.

Ci saremmo attesi che le parti politiche in Regione Lazio spingessero nella direzione di una discarica che riprendesse la sua attività nella legalità da noi segnalata in diffida per i mesi restanti fino al 31 dicembre 2019.

Ciò non è ancora avvenuto e ne prendiamo atto. Di conseguenza la nostra diffida si tramuterà in esposto alla Procura della Repubblica.
 
Colleferro, 10 ottobre 2018 
 

Processo Valle del Sacco, si riparte a ottobre 2018.


Comunicato Stampa Retuvasa
 
Processo valle del Sacco, si riparte a ottobre 2018 auspicando che si giunga al primo grado di giudizio.


 
Sul processo valle del Sacco, quello sull’inquinamento da Betaesaclorocicloesano (Beta-HCH), per intenderci, ci siamo lasciati alla sentenza della Corte Costituzionale 265/2017 del 13.12.2017, la quale dichiarava infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 157 comma 6 (legge ex Cirielli) avanzate dai difensori degli imputati.
Il 23.05.2014 il Tribunale di Velletri aveva rinviato a giudizio Zulli Giuseppe, in qualità di Direttore dello stabilimento della Centrale del Latte di Roma, Gentile Carlo in qualità di Direttore dello stabilimento Caffaro SRL di Colleferro dal 01.03.2001 al 31.05.2005, Paravani Giovanni e Crosariol Renzo, in qualità rispettivamente di legale rappresentante e responsabile tecnico del Consorzio CSC di Colleferro.
La Centrale del Latte di Roma ed il Consorzio CSC Colleferro assumevano successivamente la qualità di imputati come responsabili civili; tutti gli imputati a giudizio per gli artt. 113, 449 comma 1 c.p., gli artt. 434, 452 comma 1 n. 3 c.p. e l’art. 439 c.p., per aver concorso nei predetti delitti, consistenti nell’avvelenamento di acque o sostanze alimentari e per avere, quindi, attentato alla salute pubblica.
 
Nel procedimento si sono costituite come parti civili numerose associazioni, tra le quali Retuvasa, oltre a decine di cittadini contaminati biologicamente dall’ormai tristemente noto pesticida Beta-HCH, ad enti locali, al Ministero dell’Ambiente ed alla Città Metropolitana di Roma Capitale, a suo tempo Provincia di Roma.
 
Dopo la pronuncia della Corte Costituzionale il procedimento è tornato, per competenza, al tribunale di Velletri, che ora ha fissato l’udienza al 25 ottobre 2018, ore 11,00 per la calendarizzazione delle udienze.
 
Nel frattempo è cambiato il Giudice titolare del procedimento, attualmente il dott. Luigi Tirone, e quindi sussiste la probabilità che si debbano ripetere gli atti istruttori di acquisizione degli interrogatori.
 
Ci auguriamo, però, che la calendarizzazione delle udienze nei tempi sia più stretta di quanto sia stata nel passato e che si possa giungere finalmente ad una sentenza per il primo grado di giudizio.  
 
Ricevere un risarcimento è ben poca cosa rispetto al disastro cagionato e, nel caso in cui gli imputati fossero ritenuti responsabili, si chiuderebbe almeno la prima fase di una storia giudiziaria che ha lasciato un segno indelebile nel nostro territorio.
 
 
Valle del Sacco, 28.07.2018
 

Valle del Sacco, quale bonifica del SIN e quale sviluppo?


Comunicato Stampa Retuvasa
 
Valle del Sacco, quale bonifica del SIN e quale sviluppo?

 
Le valutazioni della Commissione Bicamerale: la partecipazione  dei cittadini
La Relazione della Commissione Bicamerale della XVII Legislatura sul traffico illecito di rifiuti e sulle Bonifiche dei Siti di Interesse Nazionale (SIN), approvata il 28 febbraio scorso, riproduce un quadro ancora più allarmante della precedente, affermando come “abbia dovuto registrare una serie di problemi in buona parte sovrapponibili a quelli allora evidenziati”.
 
Nella precedente relazione si metteva in luce l’estrema lentezza delle operazioni di bonifica, se non addirittura la stasi, un chiaro fallimento da attribuire alla vischiosità e pesantezza delle procedure.
La situazione secondo quanto riportato dall’audizione del Ministro Galletti per questa Commissione riporta da un lato numeri migliorativi, ma nel contempo valuta che lo strumento della Conferenza di Servizi, nonostante sia stato semplificato, risulti essere ancora lento e spesso non risolutivo in particolare per l’approvazione dei progetti di bonifica.
 
La Commissione conclude che bisogna perseguire non più una logica procedurale, ma una logica “di risultato” che è capace di coniugare una maggiore interlocuzione con i soggetti privati con competenze tecniche e giuridiche condividendo il tutto con i soggetti presenti nei siti, interlocutori pubblici e cittadini.
 
Alla luce di ciò vengono forniti alcune indicazioni:  migliore definizione dei protocolli e delle linee guida, organizzazione puntuale dei dati a disposizione e relativa omogeneizzazione e conoscenza pubblica, valutazione economica complessiva, applicazione degli strumenti giuridici per giungere ad accordi di programma, coinvolgimento dei cittadini per condividere con loro le scelte di bonifica, rilettura della funzione svolta dalle conferenze di servizi per ridurne numero e tempi di svolgimento.
 
Il punto sulle conferenze di servizi è particolarmente critico poiché costituiscono il luogo, la procedura dove convergono e si confrontano tutti gli interessi ed i punti di vista delle parti coinvolte. Nella nostra esperienza come associazione abbiamo riscontrato l’assenza di strumenti che permettano la condivisione efficace e tempestiva delle informazioni tra le parti coinvolte, in grado di supportare il confronto, anche conflittuale,
 
In definitiva le indicazioni per un cambio di strategia per cercare di dare una spinta maggiore alle bonifiche che riguardano il 3% del suolo nazionale.
 
SIN Bacino del Fiume Sacco
Come è noto i SIN erano 57 prima dell’entrata in vigore del Decreto Clini nel gennaio 2013 che ne ha ridotto il numero a 39.
La sentenza del TAR del Lazio a luglio 2014 ha reintrodotto il “Bacino del Fiume Sacco”, dopo di che con un procedimento durato due anni ne è stata ridefinita la perimetrazione. Sono state necessarie numerose Conferenze di servizi alle quali hanno partecipato associazioni ed enti territoriali, partecipazione che ha reso ancora più evidente la mancanza di un supporto organizzativo adeguato.
 
A maggior ragione, visto l’impegno profuso nella fase di ridefinizione della perimetrazione, riteniamo necessario intervenire su alcune valutazioni espresse dalla Commissione in merito al SIN “Bacino del fiume Sacco”.
 
Gli interventi
Nella precedente gestione e struttura del SIN ci si era concentrati esclusivamente sulla contaminazione da Betaesaclorocicloesano (Beta-HCH), oggi non è più così. La nuova perimetrazione, oltre all’area industriale di Colleferro, le fasce ripariali del fiume Sacco (100mt. a destra e sinistra) e le aree di esondazione, va ad includere tutte le aree industriali fino al Comune di Falvaterra, quindi in sequenza verso sud Anagni, Ferentino, Frosinone, Ceccano, Ceprano con la presenza di altri marker contaminanti sostanzialmente differenti per ogni area se non per ogni azienda inserita all’interno del SIN, segno evidente dello stato di abbandono nel tempo da parte degli enti di controllo.
Il 23 febbraio scorso siamo stati ricevuti in audizione dal MATTM insieme ad altre Associazioni del territorio e abbiamo puntato il dito su alcune situazioni che nella relazione della Commissione vengono riportate in modo sommario e sconnesse.
Il primo in assoluto è la questione della bonifica del sito denominato ARPA2 nell’area industriale di Colleferro, uno dei due siti contenente centinaia di fusti tossici, che hanno poi determinato l’avvelenamento del fiume Sacco da Beta-HCH.
E’ accertato che su ARPA2 sono presenti sostanze pericolosissime e che deve ancora essere fatta la Messa in Sicurezza di Emergenza (MISE) come in altre aree del comprensorio. Siamo alquanto perplessi per il fatto che che sia la Commissione che il Ministero sembrano ignorare che per ARPA2 c’è un progetto di bonifica approvato e con fondi a disposizione, ereditati dalla contabilità speciale della vecchia gestione Commissariale.
 
La Regione ha richiesto al MATTM un parere il progetto ARPA2 considerato organo competente in quanto il progetto era stato redatto in vigenza di commissariamento. Senza parere del MATTM non si può dare esecutività ed iniziare i lavori.
 
La gara era stata assegnata e per quanto riguarda i fondi, sull’importo totale di 8,7mln di euro necessari per chiudere nel sarcofago i rifiuti tossici come per il sito gemello ARPA1, l’80% era a carico della SE.CO.SV.IM., l’immobiliare proprietaria dell’area  in cui si trovano i rifiuti, secondo un accordo di programma che segue il principio di chi “inquina paga”, stipulato con la vecchia gestione commissariale del SIN.
 
Sono in stallo anche gli interventi puntuali definiti per altre parti dell’area industriale di Colleferro, come i pozzi di barrieramento idraulico necessari alla protezione della falda acquifera, costruiti dalla stessa SE.CO.SV.IM. per un importo di 4,5mln di euro e mai messi in funzione. La commissione non fornisce alcuna spiegazione ed il MATTM durante la nostra audizione non ha dato risposte esaurienti alle nostre domande, ma è stato preso l’impegno ad acquisire maggiori informazioni.
 
Se non si sblocca ARPA2 resta in sospeso anche l’intervento sul cumulo di rifiuti industriali nell’area denominata Chetoni Feniglicina, una collina antropica di circa 25.000 mc che dovrebbe andare ad essere stoccata proprio in ARPA2. Di conseguenza non può avere inizio la riqualificazione dell’ex area industriale. Teniamo presente che i lavori di completamento dell’intervento su ARPA2 richiedono almeno 3 anni (secondo il cronoprogramma dei lavori all’atto del bando di gara).
 
Lo stesso cadere dalle nuvole è avvenuto per il famigerato depuratore di Anagni, tanti soldi pubblici spesi da 20 anni a questa parte con l’ASI affidataria dell’impianto che non si decide a metterlo in funzione. Anche su questo è stato chiesto un intervento. Qualche giorno dopo, il 28 febbraio, l’ex Ministro Galletti risponde ad una interrogazione parlamentare indicando che il depuratore dovrebbe entrare in funzione entro fine 2018, ricordando che per l’Italia è in procedura d’infrazione, la 2014/2059, anche per l’agglomerato di Anagni.
 
Nel frattempo il 12 ottobre scorso erano state stabilite delle priorità, preliminari e parziali, che potranno essere utilizzate da ministero e Regione per l’individuazione degli interventi più urgenti.
Il criterio utilizzato è stato quello di individuare le aree pubbliche e quelle private per cui sono state concluse le procedure di sostituzione in danno, in pratica soldi che vengono anticipati dallo Stato e successivamente recuperati a danno dei colpevoli. In aggiunta anche l’individuazione delle aree private con gravi compromissioni ambientali di cui però non sono ancora state concluse le procedure in danno.
 
Il risultato ha messo in evidenza la situazione di Ceprano con i siti Europress e ex Olivieri, la cartiera di Ferentino, la discarica delle Lame di Frosinone, la ex Polveriera di Anagni, Bosco Faito con la ex Snia BPD di Ceccano, molte aree industriali di privati non valutate come ad esempio quelle di Ceccano e di Patrica.
 
 
I fondi pubblici
I fondi a disposizione per il SIN sono circa 36mln di euro, per l’area industriale di Colleferro ed il fiume Sacco: 10mln derivanti dalla contabilità speciale della vecchia gestione commissariale da utilizzare per interventi programmati (vedi area di Colleferro), 10mln in dotazione al MATTM divisi per le annualità 2016-2017 e ancora non utilizzati in quanto il SIN era in fase di perimetrazione, 16mln di euro stanziati dalla Regione Lazio con i fondi del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC).
Dal FSC dovrebbero essere prelevati anche i fondi inseriti nella delibera del Presidio Salute e Ambiente (PresSA) e della nuova sorveglianza epidemiologica, del maggio 2017, fondi mai erogati per cui la sorveglianza sanitaria è ferma al palo.
 
Il protocollo d’Intesa e la Cabina di Regia.
Di questi 36mln di euro si era parlato nel periodo precedente le elezioni regionali del Lazio. con comunicazioni entusiaste dell’ex assessore all’Ambiente Mauro Buschini che si vantava di avere sbloccato tali fondi tramite il “protocollo d’intesa per la bonifica e la reindustrializzazione del sito di interessa nazionale Valle del Sacco” stipulato il 21 marzo 2018 e della durata di due anni, tra Ministero dell’Ambiente (MATTM), Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), Regione Lazio, l’Agenzia Nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa (Invitalia).
 
Di fatto nel protocollo d’intesa questi fondi non vengono assolutamente menzionati.
 
Viene istituita una Cabina di Regia che dovrebbe integrare azioni e risorse derivanti dalla istituzione dell’Area d Crisi Complessa e dalla gestione delle bonifiche in area SIN.
 
Le logiche di investimento fanno riferimento generico al programma Industria 4.0 ed alla economia Circolare, oltre alla sempre presente industria chimico-farmaceutica. Il precedente è l’accordo di programma per l’area di crisi riferita alla Videocon: 70mln di euro sono finiti nelle casse della farmaceutica con un costo  altissimo per ogni posto di lavoro. Il precedente sul territorio per l’economia circolare è il progetto di Saxa Gres e Saxa Grestone  per la realizzazione di ceramiche e sanpietrini che integrano le scorie degli inceneritori, che questo esempio di ‘economia circolare’ dovrebbe rendere eterni.
 
Soldi pubblici verranno erogati ancora una volta in assenza di un progetto integrato per lo sviluppo del territorio, in assenza di una partecipazione di tutte le parti sociali, della cittadinanza attiva, condizione per valorizzare le vocazioni e le risorse del territorio ed un uso ottimale dei fondi impiegati.
 
La cabina di regia doveva essere istituita entro 30gg dalla firma del protocollo d’intesa, ma da nostra interlocuzione con il MISE non risulta ancora nessun atto.
 
In conclusione
Allo stallo nelle operazioni di bonifica e nel rilancio dello sviluppo economico e sociale del territorio si risponde con la solita operazione di centralizzazione, incapace di costruire i necessari strumenti di condivisione delle conoscenze e di costruzione partecipata dei processi decisionali.
Il risultato è scontato, protagonisti saranno i soliti noti, le coalizioni di interessi le cordate che monopolizzano ogni decisione importante per il territorio. Una situazione che allo stato attuale delle cose non lascia dubbi: la bonifica di questo passo non avrà mai termine.
 
 
Colleferro, 07.06.2018
 

Valle del Sacco, nuovi impianti rifiuti in vista.


Comunicato Stampa Retuvasa
Valle del Sacco, nuovi impianti rifiuti in vista


 
Siamo alle solite, nella Valle del Sacco si preferisce investire sui rifiuti e non su una riconversione che ne permetterebbe il rilancio nei termini di sostenibilità e sviluppo.

Mentre a Colleferro i cittadini del presidio permanente Rifiutiamoli continuano la loro battaglia di civiltà, ostacolando il passaggio dei camion con materiali destinati al revamping degli inceneritori locali, nel resto della valle si deve far fronte alla presentazione di progetti riguardanti la gestione dei rifiuti, in molti casi non rispondenti alle necessità territoriali.

Abbiamo già delineato nei tempi passati mappe di impianti autorizzati o in via di autorizzazione sottolineando la loro inutilità ai fini del fabbisogno, oggi ne intervengono altri su cui è necessario soffermarsi aggiornando il quadro della situazione.

A Piglio si trova un centro di trasferenza attivato in emergenza nel 1998 e gestito da T.A.C. Ecologica s.r.l. Di Falvaterra. Accoglieva, per non più di 24 ore circa 36.000 tonnellate di rifiuti e dall'avvento della raccolta differenziata ha ridotto notevolmente la sua attività. Periodicamente l'autorizzazione ad operare era rinnovata dalla Provincia finché, nel 2014, l' atto di richiesta dell'ennesimo rinnovo non è stato corredato dal progetto di una variazione sostanziale dell'impianto. In realtà non una semplice “variazione” ma qualcosa di totalmente diverso rispetto all' impianto originario.

Un vero centro di lavorazione dei rifiuti: si passa da 36.000 tonn/anno (negli anni passati quasi tutto rifiuto indifferenziato) a 50.500 tonn/anno più 8.000 tonn/anno (rifiuti derivanti da raccolta differenziata con aggiunta di pretrattamento), mentre la durata del deposito è prolungata a 72 ore. E tra i rifiuti trattati anche batterie, pneumatici e rifiuti ingombranti.

Nel gennaio 2018 la Provincia di Frosinone ha concesso l' autorizzazione alla società richiedente e, come spesso accade, una  situazione emergenziale ha dato origine ad un impianto permanente   attraverso rinnovi su rinnovi. La speranza, ora risiede nella richiesta di sospensiva presentata al Tar e in attesa di essere discussa.

A nulla e' valsa la presenza, a ridosso dell' impianto, di un fosso di acqua chiara denominato “Gricciano” e classificato come pubblico, come è stata ignorata anche l' appartenenza a “La strada del Cesanese”, percorso con vocazione turistica che si snoda tra sei Comuni (Acuto, Affile, Anagni, Paliano, Serrone e, naturalmente Piglio).

E a nulla, soprattutto, e' valsa la valutazione del contesto, quello dei vigneti del Cesanese, unico Docg della regione Lazio, che allora come oggi non fu tenuto in alcun conto.

Associare una delle eccellenze della valle del Sacco alla gestione di rifiuti non ci sembra la migliore campagna promozionale e mette a rischio il riconoscimento della denominazione di origine controllata. Ricordiamo che in campagna elettorale il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti e il suo fido ex assessore Mauro Buschini che  presenziando alla celebre sagra locale, decantavano i prodotti locali e virtù del paesaggio. Anche all' ultimo Vinitaly non sono mancate loro foto con i calici del pregiato rosso stretti nella mano.

In questo caso il detto “in vino veritas” non può essere citato.

Un altro caso allo stesso modo allarmante è quello dell’impianto di Ceprano nell’area ex laminatoio proposto dalla Cooperativa Sociale “In Dialogo” di Trivigliano, appoggiata nella redazione tecnica ad un’altra Cooperativa Sociale “Agapè” di Alatri.

Osserviamo che questo impianto ricadrebbe in piena area Sito di Interesse Nazionale (SIN) sotto competenza del Ministero per l’ambiente (MATTM) al cui parere dovrebbe essere sottoposta ogni decisione in merito ad un impianto che aggiunge inquinamento al disastro ambientale esistente.

La vicenda di questo impianto solleva diverse perplessità se non un vero e proprio allarme. Il primo dato riguarda le cooperative sociali, benché costituiscano un  vero e proprio fiore all’occhiello del terzo settore locale, l’investimento più 500.000 euro per l’acquisto del terreno nei presi dell’ex laminatoio appare quanto meno sorprendente. Non solo, pare che anche l’area circostante sia stata acquistata, da un noto imprenditore locale operante sempre nel settore dei rifiuti delle cui intenzioni naturalmente nulla si sa.

Infine molti dubbi suscita la tipologia di impianto, che sebbene non sia di grandi dimensioni (tratta circa 40.000 tonn/anno di rifiuti diversi), ha una peculiarità: può gestire diverse tipologie di rifiuti eterogenee tra di loro quali il RAEE (rifiuti elettronici), gli olii, i rifiuti sanitari, l’indifferenziato. Sembrerebbe quasi una sorta di piattaforma multifunzione, apripista per operazioni di ampliamento future, in attesa di nuove emergenze derivanti dalla mancata programmazione degli interventi sul ciclo di rifiuti.

In effetti il problema di fondo è proprio questo e riguarda l’intero territorio regionale.

Se esistesse un piano rifiuti aggiornato, siamo fermi a quello della Polverini del 2012, tutti questi progetti non avrebbero motivo di esistere, non solo Piglio e Ceprano, ma anche altri già esistenti come quelli di Anagni e Patrica. Un piano rifiuti determina un fabbisogno, cioè in ogni territorio o ambito necessita di impiantistica sufficiente allo smaltimento derivante dalla produzione di rifiuti del territorio medesimo. Soprattutto non è stata definita una strategia basata su tecnologie per trattare il rifiuto differenziato, diverse dalle discariche e dagli inceneritori, basata invece sul recupero di materie, tanto meno un investimento straordinario nella crescita della raccolta differenziata.

Questo piano durante il periodo della giunta Zingaretti non è stato rivisto e di conseguenza i pescecani dei rifiuti continuano ad imperversare, a Piglio portando un grave danno ad una produzione pregiata, a Ceprano aggravandone la situazione di disastro ambientale.

Nel frattempo oggi come ieri prosegue l’opposizione di cittadini – da segnalare la nascita di nuove strutture organizzate, a Piglio il neonato Comitato “Terra Madre” e a Ceprano in divenire il Comitato locale -,  che con manifestazioni, volantinaggi, incontri pubblici, ricorsi in sede giuridico-amministrativa, intervengono su ogni nuova minacce  all’ambiente d salute con la richiesta, spesso inascoltata,  di piena trasparenza su ogni investimento.

La partecipazione dei cittadini non è una palla al piede alla crescita del benessere ed allo sviluppo,  ma al contrario stimolo all’elaborazione di strategie innovative ed alla mobilitazione delle risorse del territorio.
 
Valle del Sacco, 29 aprile 2018
 

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